Corrado Lembo: «Ho voluto mostrare all'Italia qual è il volto del male»


Il procuratore di Santa Maria Capua Vetere che ha dato il via libera alla diffusione delle immagini del colpo finito in tragedia: una cosa è leggere, altro è guardare

Caserta - Corrado Lembo, Procuratore di Santa Maria Capua Vetere. Perché ha deciso di rendere pubblico il video in cui si vede il rapinatore sparare contro i carabinieri?
«Avevo due motivi».

Il primo?
«Ho voluto mostrare la determinazione di questi ragazzi. La ferocia. Il loro agire sovraeccitati, forse anche a causa di sostanze stupefacenti».

Il secondo?
«Ho pensato all'effetto deterrente: tutti devono capire che ormai quasi ogni esercizio commerciale ha un sistema di telecamere. E con quelle telecamere possiamo identificare chiunque».
La Procura di Napoli, nel tentativo di dare un nome a un killer, fece una scelta analoga e fu criticata, anche se poi proprio quel filmato consentì di identificare, processare a far condannare l'assassino ripreso mentre uccideva la vittima...
«La interrompo. Noi la parte mediaticamente più spettacolare l'abbiamo censurata. Ci sono immagini della sparatoria decisamente più drammatiche di quelle mostrate. E non si vede l'esecuzione. Ché di esecuzione s'è trattato».

D'accordo. Però i rapinatori li avevate già identificati, che bisogno c'era di mostrare il video?
«Guardi, una cosa è leggere su un giornale o su un sito il resoconto di una rapina finita in tragedia. Altro, invece, è guardare con i propri occhi cosa accade in concreto. La ricostruzione di un fatto va considerata tenendo conto dei momenti emozionali in cui si svolge la scena».

E in questo caso quali sono questi momenti?
«È impressionante come quel ragazzo, appena più che maggiorenne, passi in un attimo dalla normalità criminale di una pistola puntata per minacciare alla decisione di sparare per uccidere».

Dice che il Paese ha bisogno di vedere questa scena per comprendere la ferocia?
«Dico che il pubblico, l'Italia, per capire cosa accada qui debba vedere con i propri occhi il volto del male. E io ho deciso di mostrarglielo. Autocensurandomi e stoppando la pubblicazione delle immagini cruente».

Cioè della sparatoria con i carabinieri. L'ha fatto anche per motivi di sicurezza?
«No. Quel che non si vede dimostra come i carabinieri abbiano tenuto in considerazione la vita stessa dei rapinatori. Uno dei due militari, pur di non sparare, ha usato le mani per bloccare la donna e usarla come scudo: non per vigliaccheria, s'intende, ma perché sperava di costringere i complici a gettare le armi».

Invece?
«Invece il rapinatore ha sparato lo stesso. A freddo. Ha colpito la complice. E poi il carabiniere, all'addome e alle gambe. I militari hanno fatto fuoco solo quando è stato assolutamente necessario. Il video serve anche per loro».

Perché?
«Dà la dimensione di quanto siano aggressivi e spietati anche ragazzi di diciott'anni o poco più. E, dunque, segnala la difficoltà delle forze dell'ordine quando si trovano a intervenire in contesti di questo tipo. Contrariamente a quanto sostiene qualcuno, carabinieri e poliziotti non sparano mai per primi».

Le difficoltà d'intervento, quindi. E poi cos'altro insegna questo filmato?
«L'emulazione criminale. È impressionante osservare il ragazzo tenere la pistola in quel modo, in orizzontale, come si vedeva solo in Scarface. Questi sono atteggiamenti mutuati dai film, e il problema è che questa emulazione consente al crimine il reclutamento di nuove risorse in una fascia d'età che prima era impensabile immaginare».

S'è abbassata l'età media dei delinquenti?
«Prima le carriere criminali si costruivano, oggi invece a rapinare e uccidere ci vanno i ragazzini. E questo spiega anche un altro dato che viene fuori da quel video».

Quale?
«La determinazione criminale inusuale e sconosciuta per queste tipologie di reati. Le rapine, una volta, venivano fatte da professionisti, che le armi neppure le usavano. Oggi invece ci sono i giovani: più inesperti, e perciò molto più pericolosi».

È questo sconvolgimento delle carriere criminali che ci deve far preoccupare?
«Dico ormai da tempo che bisogna indagare a fondo la zona grigia che sta tra criminalità comune e camorra, perché questo modello di reclutamento può essere adottato anche dalla criminalità organizzata. E azioni di questo tipo rischiano di essere viste come prove generali al grande salto. Un po' come accadeva per i terroristi».

Scusi, che c'entrano adesso i terroristi?
«Una volta ce n'era uno che mi doveva ammazzare. Aveva già preparato il piano, mi aveva pedinato, conosceva tutti i miei spostamenti. Il progetto saltò. E lui, dopo un lungo periodo di latitanza, venne da me a confessare. E mi spiegò che in realtà mi voleva uccidere solo perché il mio omicidio gli avrebbe fornito credenziali per entrare nelle Brigate Rosse, sarebbe stata la prova della sua fermezza. E così oggi, allo stesso modo, ci sono ragazzi appena maggiorenni pronti ad ammazzare senza scrupoli, pur di provare alla camorra che può far conto su di loro».










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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

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