La Siria spegne il web per un giorno


24 ore di blackout delle comunicazioni via internet, da Twitter a Facebook, dalla posta ai siti di informazione, fanno sospettare un'azione di guerra in grande stile del regime contro gli oppositori

Una linea retta verticale e una lunga orizzontale sostituiscono le increspature della sinusoide che registra il traffico web in Siria. È un black out iniziato alle 18 del 7 di maggio e finito alle 17 circa dell'8 maggio. Dalla Bbc ad Al Jazeera ai blog sulla guerra civile che da due anni sta distruggendo il Paese guidato dal regime di Bashir Al Assad escludono l'incidente tecnico che può avere messo fuori uso le reti di collegamento con il resto del mondo. Al contrario ricordano episodi simili in Egitto durante la rivoluzione per eliminare la comunicazione tra i ribelli.

«In Siria è già successo altre volte. Lo scorso anno a novembre quando c'è stato un blocco abbiamo saputo che i ribelli stavano preparando un attentato contro l'aereoporto di Damasco. In questo casi il regime dichiara che ci sono stati attacchi terroristici che hanno provocato dei danni: in realtà spegne tutto», spiega Luca Collacciani, country manager di Akamai, la società con sede al Mit di Boston, che gestisce il 30% del traffico web mondiale. «Anche in questo caso escludo l'ipotesi del guasto perché se fosse stato così i quattro cavi che collegano la Siria - tre sottomarini e uno via terra dalla Turchia passando da Aleppo - si sarebbero dovuti rompere contemporaneamente, ma soprattutto non si sarebbero potuti aggiustare in così poco tempo. Noi lo sappiamo con certezza perché in ogni istante siamo a conoscenza di quello che succede sui nostri server (133 mila in 30 nazioni, ndr).»

Come il dottor Stranamore di Stanley Kubrick, nella stanza dei bottoni della Syrian Telecomunication qualcuno ha schiacciato un bottone e ha spento internet: «In realtà ha fatto un "update", come si dice in gergo, cioè ha riconfigurato i router e quindi il traffico è stato deviato in una sorta di buco nero», conclude Collacciani.

«Spesso accade quando ci sono i bombardamenti aerei, e così si bloccano le comunicazioni nella contraerea», spiega Elio Colavolpe, fotografo rapito all'inizio di aprile (e rilasciato il 14 dello stesso mese) in Siria con l'inviato di guerra della Rai Amedeo Ricucci e altri due colleghi da un gruppo islamista armato. Stasera la navigazione è ripresa e sarà la cronaca della guerra a svelare i retroscena della vicenda.







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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

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