Maledetto il paese che non ha bisogno di giovani

Lo scrit­tore Mi­guel de Una­muno sferza la sua Spa­gna fine ’800 con pensieri più che mai at­tuali per l’Italia d’oggi: ser­vono «ger­mo­gli fre­schi» per rin­no­vare il rap­porto tra «Cul­tura e Nazione»

























di Miguel de Unamuno | Non ci sono cor­renti vive in­terne nella no­stra vita in­tel­let­tuale e mo­rale; que­sto è un pan­tano di ac­qua sta­gnante, non una cor­rente sor­giva. Solo una sas­sata può agi­tare la su­per­fi­cie e, tutt’al più, smuove il fango sul fondo e in­tor­bi­di­sce l’acqua del pozzo. Sotto un’atmosfera so­po­ri­fera si estende un de­serto spi­ri­tuale di un’aridità ter­ri­fi­cante. Non c’è fre­schezza né spon­ta­neità, non c’è gio­ventù. Ecco qui il punto ter­ri­bile: non c’è gioventù.

Ci sa­ranno i gio­vani, ma la gio­ventù manca – Ci sa­ranno i gio­vani, ma la gio­ventù manca. E il punto è che l’Inquisizione la­tente e il for­ma­li­smo se­nile la ten­gono re­pressa. In al­tri Paesi eu­ro­pei ap­pa­iono nuove stelle, la mag­gior parte di esse sono er­ranti e scom­pa­iono su­bito dopo la loro com­parsa; c’è il gal­letto del giorno, il ge­nio della sta­gione; qui no, non c’è nem­meno que­sto: sem­pre gli stessi cani e con gli stessi guin­za­gli. Si dice che, qua e là, ci siano germi vivi e fe­condi, mezzi na­sco­sti, ma il ter­reno è così pres­sato e com­patto che i te­neri ger­mo­gli dei semi pro­fondi non rie­scono a rom­pere lo strato su­per­fi­ciale della cro­sta, non ce la fanno a rom­pere il ghiaccio.
Un uomo che, alla sua età, con­serva più che una fede ma­tura, un vi­go­roso en­tu­sia­smo gio­va­nile, so­stiene che qui i gio­vani pro­met­tono qual­cosa sino ai trent’anni, e poi si tra­sfor­mano in mol­lac­cioni. Non si tra­sfor­mano, li tra­sfor­mano; ca­dono fe­riti e ane­mici di fronte al re­ti­colo bru­tale e fer­reo del no­stro au­to­ri­ta­ri­smo e della no­stra stu­pida gra­vità; nes­suno dà loro in tempo uno sguardo be­ne­volo e d’intelligenza. Li si vuole di­versi da come sono; il no­stro spi­rito di in­tol­le­ranza ir­ran­ci­dito non rie­sce a pen­sare di la­sciare che cia­scuno si svi­luppi se­condo le sue in­cli­na­zioni e la sua natura.

Ci manca l’eroismo di un po­polo, il sa­per ri­co­no­scere i suoi eroi – Poco fa un cri­tico chie­deva un quarto turno all’Español per gli au­tori emer­genti e sco­no­sciuti, qual­cosa di si­mile a un tea­tro li­bero. Ge­ne­rosa il­lu­sione! Sap­piamo forse ri­co­no­scere il nuovo ger­mo­glio? Ci manca quello che Car­lyle de­fi­niva l’eroismo di un po­polo, il sa­per ri­co­no­scere i suoi eroi. Se dei ra­gazzi fon­dano una ri­vi­sta, ve­drete su­bito sulle loro te­state i so­liti nomi di car­tello. Nella vita in­tel­let­tuale, come nella cor­rida — anch’essa ap­pe­stata dalla for­ma­lità — l’alternativa deve es­sere pro­po­sta dalle mani delle vec­chie spade, il re­sto non an­drà mai ol­tre il rango in­fe­riore di no­vil­lero. Ac­canto a que­sta de­for­ma­zione nei con­fronti della gio­ventù, si trova un su­per­sti­zioso ser­vi­li­smo verso gli incensati.
È stato eser­ci­tato con fu­ria im­pla­ca­bile il com­pito di tor­men­tare e schiac­ciare i ger­mo­gli fre­schi, senza di­stin­guere il te­nero dalla ster­pa­glia in cui cre­sceva, e non sono stati toc­cati il vi­schio, i tu­mori e le escre­scenze delle vec­chie querce, in­cen­sate e in­toc­ca­bili. Quanti gio­vani morti nel fiore di que­sta so­cietà, che ha oc­chi solo per il trito e ri­trito, cieca verso quello che si sta fa­cendo! Giu­dica morti tutti quelli che non si sono iscritti in una delle tante mas­so­ne­rie, quella bianca, quella nera, gri­gia, rossa, blu…

Il pri­mum vi­vere sof­foca il deinde phi­lo­so­phari – Si ag­giunga, inol­tre, che la po­vertà della no­stra na­zione rende dif­fi­cile gua­da­gnarsi la vita e met­tere ra­dici; il pri­mum vi­vere sof­foca il deinde phi­lo­so­phari. I gio­vani tar­dano a la­sciare i lembi della gonna ma­terna, a se­pa­rarsi dalla pla­centa fa­mi­liare e, quando lo fanno, di­sper­dono le loro forze nella ri­cerca di un pa­drino che li guidi in que­sta sa­vana ag­ghiac­ciante. Per sfug­gire all’eliminazione, met­tono in atto tutte le loro fa­coltà ca­ma­leon­ti­che sino a pren­dere il co­lore gri­gio scuro e sbia­dito dell’ambiente cir­co­stante, e ci rie­scono. Non è un adat­tarsi alle cir­co­stanze fa­cendo sì che que­ste si adat­tino a loro volta, at­ti­va­mente, a essi; è un ada­giar­visi passivo.
Vi­viamo in un Paese po­vero, e dove non c’è fa­rina è tutta una moina. La po­vertà eco­no­mica spiega la no­stra ane­mia men­tale; le forze più fre­sche e gio­va­nili si esau­ri­scono nel ten­ta­tivo di af­fer­marsi, nella lotta per il de­stino. Sono po­che le ve­rità più pro­fonde di quella per cui, nella ge­rar­chia dei fe­no­meni so­ciali, quelli eco­no­mici sono i primi prin­cipi, gli elementi.

E at­ten­zione a dire la ve­rità – Quello che la di­chiara vi­ril­mente, senza am­ba­sce né cir­con­lo­cu­zioni, viene ac­cu­sato di pes­si­mi­smo da­gli spi­riti fra­gili e scettici.
E il no­stro male non è tanto la po­vertà, quanto l’impegno a esi­bire quello che non c’è. La po­vertà del bol­lito fatto con le ossa, l’insalata di carne delle al­tre sere, i do­lori e le la­men­tele dei sa­bato e le len­tic­chie del ve­nerdì con­tri­bui­rono senz’altro alle ve­glie not­turne pas­sate nella let­tura dei li­bri di ca­val­le­ria che sec­ca­rono il cer­vello al po­vero Alonso il Buono. Ed è an­cora cor­rente tra noi l’aforisma di Dó­mine Ca­bra se­condo cui la fame è sa­lute; fa pro­se­liti il dot­tor Sa­gredo, e si con­ti­nua a ri­ba­dire gra­ve­mente che i tu­mori espri­mono la forza del san­gue, e gli at­tac­chi di epi­les­sia l’eccesso di sa­lute. E ci pre­scri­vono la dieta come ri­cetta. E at­ten­zione a dire la ve­rità! Quello che la di­chiara vi­ril­mente, senza am­ba­sce né cir­con­lo­cu­zioni, viene ac­cu­sato di pes­si­mi­smo da­gli spi­riti fra­gili e scet­tici. Si vuole con­ti­nuare la ri­di­cola com­me­dia di un po­polo che finge di in­gan­narsi ri­guardo al pro­prio stato.

Si sof­foca la gio­ventù senza comprenderla – Non c’è una Gio­vane Spa­gna, né qual­cosa che vi cor­ri­sponda; nes­suna pro­te­sta che non sia quella trin­ce­rata at­torno ai ta­vo­lini dei caffè, dove si di­spensa in­ge­gno e si spreca vi­gore. E que­gli stessi ora­tori pro­te­stanti dei caffè, molti di loro briosi e pieni di vita, quando si tro­vano di fronte al pub­blico si com­pri­mono e, pa­ra­liz­zati e come stre­gati dalla vi­sta della be­stia col­let­tiva, si met­tono a in­tes­sere le più co­los­sali vol­ga­rità e i canti più ri­triti della pub­blica rou­tine. Si sof­foca la gio­ventù senza com­pren­derla, vo­len­dola di certo se­ria e for­male; come Dio vuole il Fa­raone, prima la si as­sorda, poi la si chiama e, ve­dendo che non ri­sponde, la si de­ni­gra. La no­stra so­cietà è la vec­chia e ca­stiza fa­mi­glia pa­triar­cale al­lar­gata. Vi­viamo in piena pre­sbi­to­cra­zia (ve­tu­sto­cra­zia, è stata chia­mata), sotto il se­nato dei sa­chems, su­bendo l’imposizione di vec­chi in­ca­paci di com­pren­dere lo spi­rito gio­vane e che mor­mo­rano: «Non spin­gete, ra­gazzi», quando non fanno da ane­ste­tici per quelli che ac­col­gono sotto la loro pro­te­zione: «Ah! Lei è an­cora gio­vane; ha molto tempo da­vanti a sé…», come dire «lei non è an­cora ab­ba­stanza tonto per po­tersi av­vi­cen­dare con me. La scon­cer­tante ge­rar­chia chiusa dell’antichità e l’occlusione di tutte le vie.
Gli stessi gio­vani in­vec­chiano o, me­glio, si in­vec­chiano su­bito, si for­ma­liz­zano, si istu­pi­di­scono, si in­ca­sel­lano e fanno qua­drato e, di­ven­tando di­sci­pli­nati come un tu­rac­ciolo, pos­sono en­trare come pe­doni nella no­stra scac­chiera spa­gnola e, se si com­por­tano da bravi bam­bini, di­ven­tare alfieri.
Dov’è as­sente la gio­ventù manca an­che un vero spi­rito di ag­gre­ga­zione, che na­sce dal tra­boc­care della vita, dal vi­gore che monta e si tra­vasa. Qui le so­cietà na­scono os­si­fi­cate - se na­scono -, per­ché l’asocialità è uno dei no­stri tratti ca­rat­te­ri­stici. Estesa alle re­la­zioni ses­suali, la no­stra aso­cia­lità fo­menta la bru­ta­lità ma­schi­li­sta, fonte di grandi vol­ga­rità e di oscene po­sture, per fi­nire sot­to­met­tendo gli uo­mini a ca­pricci e pic­coli in­tri­ghi fem­mi­nili, come tanti pulcinella.

Su que­sta mi­se­ria spi­ri­tuale si estende il po­lipo politico È depri­mente per l’anima ve­dere i danni della no­stra aso­cia­lità, del no­stro stato brado ma­sche­rato. [.…] Nella vita co­mune e nei com­merci della gente, l’estrema po­vertà di idee ci porta a sa­tu­rare la con­ver­sa­zione, come riem­pi­tivo, con pa­ro­lone goffe, ma­sche­rando così la bal­bu­zie men­tale, fi­glia di quella po­vertà; e l’opacità di in­ge­gno, di­giuno di nu­tri­mento so­stan­zioso, ci con­duce a di­ver­tirci con la bar­zel­letta da ta­verna e al­tre basse osce­nità. Per­si­ste la pro­pen­sione alla vol­gare or­di­na­rietà che ho se­gna­lato come ca­rat­te­ri­stica del no­stro vec­chio rea­li­smo ca­stizo. Su que­sta mi­se­ria spi­ri­tuale si estende il po­lipo po­li­tico e in que­sta ane­mia si sono con­ge­stio­nati i cen­tri più o meno par­la­men­tari. In una po­li­ti­cuc­cia così me­schina l’ingegnosità sop­pianta il sa­pere so­lido e si fanno sca­ra­mucce da guer­ri­glia. La pic­co­lezza della po­li­tica dif­fonde il suo vi­rus a tutte le al­tre esten­sioni dell’anima na­zio­nale. Ed è in crisi per­sino il po­lipo. I vec­chi par­titi, rin­sec­chiti nella loro scorza au­to­ri­ta­ri­stica, si tra­sci­nano aridi e spunta, come se­gno dei tempi, il bon ton scet­tico, quello della di­stin­zione ele­gante, il neo­con­ser­va­to­ri­smo di­let­tan­te­sco e da si­gno­rini con colpi plutocratici.











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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

7 commenti:

  1. D'un pensier di ineguagliabile levatura. Ho smarrito il sentier che conduce all'uscio dell'insipienza, gradisco vagar in eterno in questo pensier estasiante dell'eminente scrittore Mi­guel de Una­muno.

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  2. Interessante,cercherò di comprare un libro di questo scrittore.....

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  3. è una spada tagliente quest'articolo.Quanti gio­vani - morti - nel fiore di que­sta so­cietà, che ha oc­chi solo per il trito e ri­trito, cieca verso quello che si sta fa­cendo! Giu­dica morti tutti quelli che non si sono iscritti in una delle tante mas­so­ne­rie, quella bianca, quella nera, gri­gia, rossa, blu…effettivamente non ha torto.....

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  4. Tutto bello mimmo ma xchè questo titolo?è tuo o è dell'autore?grazie

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    1. Buonasera a Voi,

      in tal capolavoro, non mi appartien neppur d'una sillaba. Magar, s'io avessi di questa capacità. Quando possederò d'un lasso di tempo necessario, cercherò di farne un riassunto.

      Deferente l'or saluto

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  6. bellissimeeeeeee le faccine......concorsi......=))......

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