Difendiamo il made in Italy

La protesta che si sta svolgendo al Brennero non difende interessi di categoria ma quelli d'un paese intero


di Domenico Iodice | Pontelatone – È bene sgombrar subito il campo da un equivoco, se non vogliamo travisar la protesta di quegli agricoltori che da ieri stanno simbolicamente occupando il Brennero: la Coldiretti non sta difendendo interessi esclusivi di categoria, magari a danno d'un economia più libera, competitiva e vantaggiosa per i consumatori. La loro protesta, dunque, ha a che veder anche con interessi generali del Paese.
L’agricoltura è d'un pezzo importantissimo dell’economia, dell’identità e del futuro del Belpaese. Il lavoro di quegli uomini e di quelle donne contribuisce alla difesa del territorio e dell’ambiente. I loro prodotti son autentici e propri oggetti di culto nel mondo, son uno dei propulsori del made in Italy, facendo da traino pur per altri settori, quale il turismo.
L’agricoltura è oggi uno dei comparti più innovativi e dinamici, grazie al contributo di tanti giovani, di tante donne, e alla scommessa sulla green economy. È una delle più competitive a livello europeo: il valor aggiunto per ettaro è il triplo di quello del Regno Unito, il doppio della Spagna, quasi il doppio della Francia, una volta e mezza la Germania. Insomma un orgoglio di cui andar fieri.
È anche garanzia di qualità per i consumatori: l’Italia, ad esempio, vanta il minor numero di prodotti con residui chimici oltre il limite ( 0,3% ), cinque volte meno della media europea ( 1,5% di irregolarità ). Anche per questo la trasparenza, la legalità, la lotta alla contraffazione, come ci rammenta la Coldiretti, son d'una priorità non solo per la nostra agricoltura, ma per l’economia tutta.
Il made in Italy taroccato è d'una minaccia per tutto questo, e non solo per gli agricoltori. I produttori italiani che a ottobre di quest’anno son stati alla fiera tedesca Anuga, a Colonia, tempio mondiale del food, narrano di uno spettacolo sconcertante. Accanto ai capolavori della nostra enogastronomia, dozzine di formaggi e prodotti, persino dop e igp ( tra mozzarelle australiane, parmesan, asiago e pecorino romano made in Usa ) in tutto e per tutto falsi, oppur che, è il cosiddetto italian sounding, nei nomi o con l’uso del tricolore fanno indebito riferimento all’Italia. Creando nel consumatore un’illusione che sottrae alla nostra economia qualcosa come 60 miliardi di euro allanno: 4 punti del Pil, approssimativamente.
Oltre alle gravi perdite economiche, oltre alla gravissima emorragia di posti di lavoro ( centoquarantamila aziende chiuse, a parere Coldiretti, dall'anno 2007 ) in gioco v’è un’idea del domani. L’Italia non può certo aspettarsi di uscir dalla crisi e conquistar d'una solida posizione globale competendo sul terreno dei bassi prezzi, del costo del lavoro, dell’erosione dei diritti: ci sarà sempre un paese ( oggi la Cina, domani un altro ) che farà “ meglio ” di noi.
Piuttosto, l’Italia deve fare l’Italia. Deve partire dai propri talenti e dalle energie migliori. Scommettendo sull’alleanza possibile ( molti di quegli agricoltori al Brennero ne sono la prova ) tra i campi e l’hi-tech, tra la cultura e le imprese manifatturiere, tra il territorio, i sui saperi, le tradizioni, la bellezza e i distretti più innovativi del made in Italy, dalla chimica verde alla meccatronica alla ceramica. Puntando sulla ricerca e sulla coesione sociale. In una parola: qualità. Ma la qualità va difesa.
Ecco perché oggi non si può non esser dalla parte degli agricoltori. Che pongono d'un tema ineludibile, che necessariamente deve diventare oggetto di dibattimento della classe dirigente del Paese.









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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

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