Lo stipendio di Matteo Renzi da primo ministro?

di Domenico Iodice

Non sarà di una certa entità, dicono...


Lo stipendio di Matteo Renzi da capo del governo italiano? Par non essere chissà quale somma, questo rispetto ad altri illustri predecessori, secondo quanto redige oggi la testa giornalistica il Corriere:

Avrà uno stipendio praticamente da sindaco, Matteo Renzi, anche ora che è presidente del Consiglio. Una «rarità» nella politica italiana perché il neopremier, come ha fatto notare ieri il Corriere Fiorentino, non è parlamentare, come già successo per Carlo Azeglio Ciampi e Lamberto Dini. Renzi percepirà un’indennità pari a 114 mila euro l’anno. Se a Palazzo Vecchio il nuovo primo ministro aveva una busta paga di circa 4.300 euro netti per dodici mensilità, ora che è entrato a Palazzo Chigi, invece, dovrebbe guadagnarne 5-600 (sempre netti) in più.

E quindi a quanto pare non conviene percepire uno stipendio da primo ministro:

Uno stipendio che per Renzi vuol dire guadagnare meno di un parlamentare ( 12 mila al mese ). In un’intervista al settimanale Oggi il neo premier raccontò che con lo stipendio della moglie Agnese in famiglia entravano 5.500 euro al mese. «Abbiamo un mutuo trentennale sulla nostra casa di Pontassieve e non riesco a risparmiare».

Come farebbero i nostri politici se dovessero campare con 1.300,00 euro al mese?
Ma fateci il piacere, andate a quel paese... Ma vediamo ora cosa riporta il 20 febbraio 2014 l'Espresso online, testata dei De Benedetti, amici di Renzi ( Consultazioni, Beppe Grillo a Matteo Renzi: “ Non sei credibile, perchè rappresenti i De Benedetti! “ ).


20 febbraio, l'Espresso riporta: “ Renzi, la furbetta pensione da dirigente “:

Il titolo di questo post, va detto subito, per una volta non è farina del nostro sacco. Compare il 27 marzo 2013 sul sito http://www.lettera43.it/, il quotidiano online fondato da Paolo Madron, in un articolo che riassume l’inchiesta realizzata per il “Fatto Quotidiano” dal solito, impareggiabile Marco Lillo (”Firenze, Matteo Renzi e la strana aspettativa a carico del Comune”).  Per dire che la storia di questi versamenti pensionistici non è nuova, che i giornalisti l’hanno trattata e che non ci vuole poi un particolare coraggio, a parte quello del rischio di essere ripetitivi, nel riproporla, anche all’interessato.Il rischio, a dire la verità, almeno stavolta è minore di altre. Perchè il titolare della pensione in questione non è uno qualsiasi, ma il presidente del Consiglio incaricato, Matteo Renzi che, per tagliare privilegi e trattamenti di favore in grado di rimettere in carreggiata le finanze pubbliche, non esita ad annunciare agli italiani misure draconiane, altre bastonate da lacrime e sangue (anche sui trattamenti pensionistici) come tante ne abbiano viste negli ultimi decenni. Una questione di grande interesse pubblico, perciò, e di grande attualità anche per la riproposizione che in chiave grillina ne fa l’astro nascente del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista sul suo profilo Facebook appena dopo l’infuocato incontro Renzi-Grillo nel quadro dei colloqui per la formazione del nuovo governo.

Domanda per Renzi - prendendosela con i soliti “giornalisti-passacarte” troppo subalterni con il segretario del partito democratico, di battista scrive: «Si guardano bene da chiedergli perché il 17 ottobre del 2003, pochi giorni prima dell’annuncio da parte dell’Ulivo della sua candidatura alla provincia Renzi cede il 40% delle quote della Chil s.r.l. (azienda di famiglia) e si fa assumere come dirigente (da quel giorno prima la provincia, poi il comune e molto probabilmente la presidenza del consiglio dei ministri verseranno ai familiari di Renzi la somma pari ai suoi contributi)». Ci guardiamo bene dal chiedere? Non sia mai detto: se il problema dei giornalisti è solo questo, torniamo a chiedere ancora un volta spiegazioni all’interessato, come abbiamo fatto in passato. In attesa dell’improbabile risposta, ecco comunque qualche scampolo d’annata prima di arrivare alla vicenda della pensione di Renzi così come Lillo l’ha ricostruita.

Fondatore a chil? - «Matteo Renzi», scrive per esempio Ilaria Vicini sul sito http://www.santalmassiaschienadritta.it (“Sono Renzi Matteo. E nessuno mi conosce”), «nasce e cresce a Rignano sull’Arno, dove suo padre è consigliere comunale Dc, in casa si mangia pane, politica, chiesa e azienda di famiglia, la Chil s.r.l. Di questa azienda, sul suo primo curriculum ufficiale da politico, Renzi si auto appropria come dirigente fondatore. Leggiamo “E’ dirigente d’azienda: nel 1994 ha fondato (a 19 anni , n.d.a.) la Chil s.r.l., società di Marketing Diretto di cui ha poi ceduto le quote”. Un vero prodigio dell’imprenditoria giovanile. Partono segnalazioni d’incongruenze e la versione rettificata recita: “Ha lavorato con varie responsabilità per la Chil s.r.l., società di servizi di marketing di cui è dirigente in aspettativa, in particolare coordinando il servizio di vendita del quotidiano La Nazione sul territorio di Firenze”. In termini prosaici: Matteo è dirigente certamente bravo, ma nell’azienda di babbo. Non ha ceduto nessuna quota visto che l’azienda non è sua. Quanto al roboante “coordinamento del servizio di vendita del quotidiano la Nazione”, si legga: mandare gli strilloni a vendere per strada La Nazione. In tale veste dirigenziale (anni 1997 / 98), negò ai suoi ambulanti il rapporto di lavoro parasubordinato (i contributi costano); motivo per cui, il giovine imprenditore ha poi perso in Cassazione la causa con l’Inps (sentenza, http://www.inps.it/AC/sentenze/Corte%20d….)». Questo scrive Ilaria Vicini il 27 ottobre 2011. Diciassette mesi dopo, il 27 marzo 2013, irrompe sulla scena Marco Lillo che, con un paio di rasoiate, così ricostruisce la storia dei contributi pensionistici del futuro presidente del Consiglio.

Tutto in famiglia - «il comune e la provincia di firenze», scrive Lillo, «da quasi 9 anni pagano i contributi per la pensione del dirigente di azienda Matteo Renzi. Il problema è che l’azienda che ha assunto il giovane Renzi come dirigente 8 mesi prima di collocarlo in aspettativa (scaricando l’onere previdenziale sulla collettività) è della famiglia Renzi. Lo si scopre leggendo un documento del 22 marzo scorso: la risposta a un’interrogazione presentata dai consiglieri (di Firenze, ndr) Francesco Torselli (Fratelli d’Italia) e Marco Semplici (Lista Galli). “Il dottor Matteo Renzi è inquadrato come Dirigente presso l’azienda Chil s.r.l.”, scrive il vicesindaco Stefania Saccardi e aggiunge “alla società presso cui risulta dipendente in aspettativa il dottor Renzi sono erogati i contributi previsti all’art. 86 comma 3 del Testo unico sugli enti locali”». La legge in questione, spiega Lillo, impone all’Ente locale di provvedere al versamento dei contributi previdenziali, per gli amministratori locali che, in quanto lavoratori dipendenti, siano stati collocati in aspettativa non retribuita per assolvere al mandato. La tentazioni di farsi assumere (Lillo cita un caso analogo, quello dell’attuale presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti) poco prima dell’elezione «per caricare sull’ente i versamenti pensionistici è forte. “Renzi”, scrive il vicesindaco nella sua risposta all’interrogazione “risulta inquadrato come dirigente dal 27 ottobre 2003 nell’azienda Chil s.r.l., gestita dai familiari fino al 2010. Dopo la cessione di ramo d’azienda la nuova società Eventi 6 Srl è costituita da soggetti privati estranei a rapporti di parentela”. In realtà, come il Fatto ha già scritto, la Eventi 6, che fattura 4 milioni di euro all’anno nel settore della distribuzione della stampa, è di proprietà delle sorelle Matilde e Benedetta Renzi (36 per cento a testa), della mamma Laura Bovoli (8 per cento) e del fratello del cognato, Alessandro Conticini, 20 per cento. L’assunzione di Renzi, a differenza di quella di Zingaretti, è avvenuta 8 mesi prima dell’elezione a presidente della provincia, il 13 giugno 2004. Fino a 8 mesi prima dell’elezione, la società di famiglia pagava molto meno di quanto poi provincia e comune verseranno per la sua pensione. Spiega il vice-sindaco Saccardi nella sua risposta: “Renzi ha avuto un contratto di collaborazione coordinata e continuativa fino al 24 ottobre 2003 presso la Chil srl. Dal 27 ottobre 2003 è stato inquadrato come dirigente”. Fonti vicine al sindaco spiegano al Fatto: “L’assunzione non era finalizzata a lucrare i contributi. La società della famiglia Renzi in quel periodo viveva una fase di ristrutturazione. L’acquisto della qualifica di dirigente da parte di Renzi era legata alla cessione delle sue quote». Questi i fatti ridotti all’essenziale. Che dire? In casi come questi viene sempre in mente l’America e il resto del mondo anglosassone dove i politici vengono rispediti a casa anche per i salari e i contributi poco trasparenti pagati alle domestiche. Vivendo noi in Italia, gente con la pelle dura abituata a sopportare la vergogna dei vitalizi pagati a parlamentari che non hanno messo piede in Parlamento neanche per un giorno, non ci resta che mangiarci il fegato leggendo altri particolari (repetita iuvant) narrati da Lillo sulla pratica pensionistica dell’enfant prodige fiorentino.

Matteo perde quota - «Ecco la cronologia degli eventi di nove anni fa, ricostruita sulla base dei documenti camerali: il 17 ottobre 2003 il “libero professionista” Matteo Renzi e la sorella Benedetta cedono le quote della Chil s.r.l. ai genitori; il 27 ottobre 2003, dieci giorni dopo avere ceduto il suo 40 per cento, Renzi diventa dirigente della stessa Chil s.r.l., amministrata dalla mamma; il 7 novembre 2003, solo 11 giorni dopo l’assunzione, l’Ulivo comunica ufficialmente la candidatura del dirigente alla provincia; il 13 giugno 2004 Renzi viene eletto presidente e di lì a poco la Chil s.r.l. gli concede l’aspettativa. Da allora Provincia e Comune versano alla società di famiglia una somma pari al rimborso dei suoi contributi. Se Renzi non avesse ceduto le sue quote nel 2004, sarebbe stata una società a lui intestata per il 40 per cento a incassare il rimborso: una situazione ancora più imbarazzante di quella attuale, con le quote intestate a sorelle e mamma. La Chil s.r.l. è una società fondata da papà Tiziano che si occupa di distribuzione di giornali e di campagne pubblicitarie. Dal 1999 al 2004 è intestata a Matteo e alla sorella. Poi, come visto, subentrano i genitori. Nel 2006 Tiziano Renzi vende il suo 50 per cento alle figlie Matilde e Benedetta. Chil arriva a fatturare 7 milioni di euro nel 2007. Poi cambia nome in Chil Post S.r.l. e nell’ottobre del 2010 cede il suo ramo d’azienda a un’altra società creata dalla famiglia: la Eventi 6 S.r.l. La vecchia Chil, ormai svuotata, finisce a un imprenditore genovese e fallisce. Mentre la Eventi 6 decolla dai 2,7 milioni di fatturato del 2009 ai 4 milioni di euro del 2011. Dopo il suo collocamento in aspettativa, il dirigente Matteo Renzi segue il destino del ramo d’azienda e oggi è collocato nella Eventi 6, di Rignano sull’Arno, sede storica della famiglia. Le fonti vicine a Renzi precisano: “L’indicazione della candidatura alla Provincia venne anticipata a novembre per sbloccare la candidatura del sindaco Domenici ma era condizionata all’accordo sui sindaci che si chiuse solo ad aprile. L’accostamento ad altre situazioni ben diverse è sbagliato perché Matteo Renzi lavorava davvero in Chil da molti anni”». 









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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

1 commenti:

  1. Vi siete scordati di riportare le somme però. Le cifre, fino a pochi mesi fa chiuse nei cassetti, le fornì la dirigente dell'amministrazione del personale di Palazzo Vecchio, dottoressa Chiara Marunti, in risposta ad una richiesta di accesso agli atti del capogruppo Pdl in Comune, Marco Stella. “Renzi Matteo, dipendente in aspettativa senza paga con la qualifica di dirigente. Tot. mensile: euro 3.241,21”. Cioè, il Comune di Firenze pagava mensilmente, in vece della società di cui Renzi era/o é dirigente, la Eventi6 Srl, circa 3.200 euro, oltre alla spesa per l'indennità (lo stipendio) da sindaco, che era di 4.300 euro netti, circa 7.500 lordi. Il contributo al dirigente Renzi non copriva soltanto gli oneri previdenziali, ma anche quelli “assistenziali e assicurativi”, come previsto dall'articolo 86 del Testo Unico degli enti locali. Non solo, “l'amministrazione locale - si legge nel Testo unico - provvede altresì a rimborsare al datore di lavoro la quota annuale di accantonamento per l'indennità di fine rapporto”.

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