I terreni agricoli sono esclusi dal pagamento della Tasi

di Domenico Iodice


Tasi – L’esenzione dei terreni agricoli dal pagamento della Tasi è una dimostrazione della consapevolezza da parte del Governo della strategicità del settore agroalimentare e del fatto che questo sia il principale strumento di produzione per gli agricoltori. Per questo gli interessati esprimono soddisfazione per la conferma dell'esclusione dal pagamento della Tasi per i terreni agricoli e per il fatto che la possibilità di aumentare l'aliquota Tasi all'8 per mille non riguarderà nemmeno i fabbricati rurali, per i quali continuerà ad applicarsi l'aliquota ridotta dell'1 per mille.
Queste le misure relative alla Tasi per i terreni e fabbricati rurali adottate ieri in Consiglio dei Ministri.

Il settore agroalimentare italiano vale il 14% del Pil – Mentre in Italia impazza questa “ guerra del Made in Italy ” ci sono già dei vincitori e cioè i competitor esteri dei nostri prodotti agroalimentari. Quei produttori, come nel caso dei tedeschi, che non facendo leva su una distintività analoga a quella che contraddistingue il nostro “ made in Italy ” alimentare, hanno più di noi puntato su efficienza e competitività di sistema. E i risultati raggiunti sembrano dar loro ragione. La propensione all’export dell’industria alimentare tedesca supera il 30%, contro il 20% dell’Italia, ma nei valori assoluti il divario è abissale: 55 miliardi di euro contro 26, praticamente il doppio. Anche la Francia ci supera, con 42 miliardi di euro e la Spagna ci tallona, con 22 miliardi. Rispetto ai tedeschi, produciamo più valore aggiunto: 24 miliardi contro 11 e questo dato non deve essere sottovalutato, perché è dal valore aggiunto che si capisce quanto un settore sia importante per l’economia di un Paese, visto che tale indice altro non è che la somma delle remunerazioni che vanno ai lavoratori ( salari e stipendi ), agli imprenditori ( utili ), ai prestatori di capitale ( interessi bancari e finanziari ) nonché allo Stato ( imposte dirette ). E se il valore aggiunto prodotto dall’industria alimentare italiana è maggiore di quello tedesco – pur a fronte di un fatturato che invece ne rappresenta i ¾ - è anche grazie ad un più alto posizionamento di prezzo dei nostri prodotti, segnale evidente di un apprezzamento che i consumatori di tutto il mondo esprimono verso le nostre produzioni alimentari. Un confronto Italia-Germania rende meglio il paragone.
Si pensi che le nostre esportazioni di formaggi, nel 2012, sono state pari a poco meno di 2 miliardi di euro, quelle tedesche hanno superato i 3,5 miliardi, ma il nostro prezzo medio all’export è risultato doppio ( 6,6 €/kg contro 3,1 €/kg ). Oppure si guardi alla cioccolata: 1,3 miliardi di export di prodotto italiano contro i 3,6 miliardi di quello tedesco, ma con un prezzo medio di 5 €/kg contro 3,8 €/kg. Lo stesso discorso vale per i salumi, il caffè e i prodotti da forno. Solo nel caso del vino l’Italia vince su entrambi i fronti. Senza entrare nel merito del confronto qualitativo, la Germania esporta di più perché è più competitiva e non soffre di gap strutturali che invece limitano la propensione all’export delle nostre imprese.
Quali sono questi gap? Innanzitutto la dimensione media delle nostre aziende. Il 70% del valore dell’export alimentare italiano è fatto dalle imprese con più di 50 addetti che nel nostro paese sono meno di 900 ( pari ad appena l’1,5% del totale ). In Germania la stessa tipologia conta quasi 2.900 imprese, pari al 9% del totale.
Un tempo si diceva “ piccolo è bello ”, ma questo paradigma sembra oggi scricchiolare di fronte a due fattori travolgenti: da un lato, la crisi dei consumi interni che obbliga le nostre imprese a guardare a mercati sempre più distanti geograficamente; dall’altro, un “ sistema Paese ” che anziché supportare le nostre imprese in questa ricerca di competitività rischia di affossarle definitivamente, colpendo in primis quelle più piccole. Anche in questo caso alcuni esempi sono eclatanti. Siamo tutti contrari alle centrali biogas, ma intanto il costo medio industriale dell’energia elettrica in Italia è superiore del 70% a quello medio europeo; il costo del trasporto su gomma ( sul quale viaggia il 90% delle nostre merci alimentari ) è superiore del 30% a quello spagnolo e non è solo una questione legata al prezzo dei carburanti ma anche di deficit infrastrutturale che ci vede penalizzati rispetto agli altri competitor europei.
Sono questi i veri nodi sui quali gli agricoltori, le imprese alimentari e le istituzioni italiane dovrebbero concentrare i loro sforzi, nella consapevolezza che la filiera del made in Italy alimentare non solo è un valore per il Paese ma senza di essa non potrebbe sopravvivere nessuna delle componenti che ne fanno parte.
Perché senza gli allevatori italiani del suino pesante non potrebbero esistere i prosciutti Dop, ma senza l’industria della pasta non avrebbe senso coltivare grano duro in Italia.









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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

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