Chiara, la ragazza segregata per otto anni a Napoli: un mese dopo la scioccante liberazione

di Domenico Iodice

Era rimasta chiusa per otto anni nell'abitazione. Nessuno del condominio l'aveva mai aiutata

NAPOLI – Solo poche parole da parte di Chiara, per chiedere un bicchier d'acqua o le pantofole; qualche sorriso, forse pur la consapevolezza di avere ancora molta strada da fare. Un passo alla volta, e con l'aiuto dei medici e degli infermieri del San Giovanni Bosco, Chiara si sta riappropriando della sua vita, quella che gli è stata negata per ben otto anni per merito della cattiveria umana. E ad un mese da quella liberazione scioccante accaduta il 28 febbraio, si incomincia nello scorgere un domani per la giovane ragazza di 36 anni rimasta confinata in una realtà disumana nella sua dimora del quartiere Vomero in via Caldieri per otto interminabili anni.
Una faccenda orribile che ha scosso i cuori degli italiani e non solo, che ha rammentato ad una grande città come Napoli come possa il disagio sociale incunearsi pur tra le certezze e la quiete della Napoli bene. Questo senza che alcuno si accorgesse di niente, per quella che a Chiara dev'essere sembrata una triste realtà senza fine. Magari, esistenza che qualcuno stretto della sua famiglia, la faceva passare a Chiara come normale. Ora quel mostruoso incubo è terminato, ma le problematicità son davvero ancora tante. Il suo stato di salute ha avuto un un miglioramento, è aumentata di qualche chilo e grazie a Dio riesce pur nel gestire meglio tutte le sue fondamentali occorrenze. Tutto l'ospedale par averla adottata, come se fosse per tutti quella fragile figlia a cui occorre aiuto e calore umano. Anche chi non l'ha mai vista cerca di informarsi su come procede, il suo nome viene esclamato decine e decine di volte durante la giornata: “Ha mangiato?”, “Come si sente?”, “Ha chiesto qualcosa?”, interrogativi che si rinnovano un giorno dopo l'altro, alle quali però il personale ospedaliero risponde solo con un sorriso. Attorno a lei, per proteggerla dall'invasione di un mondo al quale non è ancora pronta, v'è la più assoluta riservatezza. Di certo si sa solo che inizia a pronunciare qualche parola ma di fatto ancora non parla, riesce ad esternare quelle che son le sue fondamentali necessità. Per i sentimenti è ancora presto. Attorno a lei, poi, v'è anche l'amor di Napoli, di centinaia di famiglie che le hanno inviato ogni cosa potesse esserle utile in questo periodo: pigiami, vestiti, libri.

Addirittura par che all'ospedale siano giunti dei tenerissimi peluches. E' chiaro che si tratta di una risposta emotiva e alquanto affettuosa, e che per fortuna esiste anche questo, ma la giovane ragazza ora ha bisogno di altro. In questi giorni Chiara avrebbe anche ricevuto delle visite importanti, a quanto pare al suo capezzale sarebbero arrivate le zie e il fratello. Il condizionale, vista la segretezza che attornia la ragazza di 36 anni di Napoli, è d'obbligo e tassativo. Rimane dunque da domandarsi qual sarà il suo futuro una volta fuori dall'ospedale San Giovanni Bosco. Chi potrà prendersi cura di Chiara? “In realtà – spiega Francesco Blasi, segretario dell'associazione Sergio Piro (da sempre impegnata per il rispetto dei diritti della persona con disagio psichico) questo potrebbe essere un grande grattacapo. A Napoli, e più in generale in Campania, mancano le strutture intermedie per questi pazienti. A breve una soluzione potrebbe essere quella di farla soggiornare in una comunità riabilitativa, ma non può essere una soluzione definitiva. Ecco perché insisto nel dire che quella della salute mentale deve essere una filiera, che non può interrompersi così bruscamente. Sarebbe bene che Luigi de Magistris ne prendesse atto, che il sindaco rendesse operativo l'osservatorio per la salute mentale così come richiesto dalla nostra associazione. Il sindaco, del resto, è la prima autorità sanitaria di un Comune, ed è proprio lui che firma i trattamenti sanitari obbligatori”.









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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

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