"I quiz di Medicina sono un'idiozia, sarei stato bocciato anche io". A proferirlo è il professor Giuseppe Di Benedetto

di Domenico Iodice


Il professor Di Benedetto: «Che c'entra Chomsky con la medicina? E Hobsbawm?»

NAPOLI — Chi ha definito il '900 «il secolo breve»: Foucault, Sabbatucci, Hobsbawm, Weber o Galli della 

Loggia? 
«Non ne ho idea».

Sa che Chomsky è l'autore de «Il linguaggio e la mente»?
«No».

Che cosa è necessario per riformare un articolo della Costituzione italiana? 
«Penso un decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri ed emanato dal Presidente della Repubblica. Giusto?».

No. La risposta esatta è «due deliberazioni da parte di entrambe le Camere e la maggioranza assoluta nella seconda votazione in ciascuna Camera». 
«Diciamolo: avessi fatto io questo test di medicina, mi avrebbero sicuramente bocciato. È pura idiozia».
Già, ché a rispondere (male) ai quiz sottoposti ieri ai candidati per l'ammissione alla facoltà di Medicina è il professor Giuseppe Di Benedetto, uno dei più famosi cardiochirurghi italiani, direttore del dipartimento «Cuore» dell'Azienda ospedaliera universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d'Aragona, docente universitario. Un luminare della medicina che, se avesse sostenuto i test ieri, forse medico non lo sarebbe mai diventato. Non si sarebbe laureato con 110 e lode; non sarebbe andato a lavorare a Washington, Londra e Bonn; non sarebbe tornato a Salerno per «spuntarla nella mia terra d'origine». Ma, soprattutto, non avrebbe eseguito i 18.000 interventi che ha fatto fino ad oggi. Diciottomila.

Il primario di Nefrologia dell'ospedale di Bergamo Giuseppe Ramuzzi, un anno fa, ha detto la stessa identica cosa al Corriere, cioè che con quei test sarebbe stato bocciato. E s'è chiesto cosa c'entrasse conoscere la data della morte di Gandhi con la cura dei pazienti. Aggiorno la domanda: qual è il legame tra Chomsky e la medicina? 
«Nessuno. Che c'entra conoscere un'affermazione di Chomsky con l'essere portato per fare il medico? E come può sapere queste cose un ragazzo di diciott'anni? Il problema è che il sistema è profondamente sbagliato. È difficilissimo valutare con test che dovrebbero essere psico-attitudinali la reale tendenza di un individuo alla professione medica. Sarebbe più logico aprire le iscrizioni a tutti ed essere severi nel corso della formazione».

Dice che l'università la selezione la deve fare durante gli studi e non prima?
«Così dovrebbe essere. Quando mi sono iscritto a Medicina eravamo in duemila. Sei anni dopo, alla laurea, eravamo rimasti in cinquanta. Il problema è che ci vorrebbero una rigidità e una serietà che oggi in Italia non ci sono. Dunque, cosa tipica del nostro sistema, prima si arriva agli eccessi — cioè i troppi medici — e poi per correggerli si eccede dalla parte opposta con il contingentamento. Ho letto domande che mi lasciano a bocca aperta. I ragazzi, spesso e volentieri, sono mortificati per colpe non loro».

Un prof che fa il sindacalista degli studenti non s'è mai visto.
«Basta guardare in faccia la realtà. Se questi ragazzi sono stati cresciuti da una scuola che non gli ha adeguatamente insegnato la cultura generale, perché pretendere poi di porre queste domande ai test di ammissione a una facoltà che, ricordo, è quella di Medicina?».

Dice che la cultura generale non serve?
«Dico che in linea teorica il principio che ispira questi test è valido, perché è giusto che nella mia università io voglia avere persone con un elevato livello di cultura generale. Concettualmente, dunque, il discorso è giusto. Ma...».

Ma?
«Così si crea una discriminazione ingiustificata».

Addirittura? 
«La scuola, come abbiamo detto, non forma adeguatamente gli studenti. E, se non ho la fortuna di avere a casa un padre o una madre che s'interessano di queste cose e mi trasmettono il sapere, che faccio?».

Be', potrei obiettare che il sapere è una delle chiavi del successo... 
«Sì, ma qui stiamo parlando di chi per condizione sociale non ha ricevuto certe nozioni in famiglia. E gli stiamo dicendo che, per colpa di questa condizione sociale, non può fare il medico. Non mi sembra una bella cosa. Mi creda, glielo dico per esperienza personale».

Cioè? 
«I miei genitori facevano gli agricoltori, io dopo la scuola andavo a lavorare in campagna. Poi ho studiato, certo. Ma, con queste regole, oggi non sarei qui con i miei pazienti».

Il curriculum del Professore, per far cogliere la più che elevata caratura medica dell'intervistato.
Il Prof. Giuseppe di Benedetto è il direttore del Dipartimento “Cuore” dell’Azienda Ospedaliera Universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona. Dal 2013 è Presidente dell'Area Cardiochirurgica dell'Associazione Nazionale dei Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO). Dopo un periodo di formazione maturata presso la Divisione di Cardiochirurgia di Bergamo diretta dal Prof. Lucio Parenzan e presso centri esteri (USA e Gran Bretagna) e, quindi, di direzione dei reparti di Cardiochirurgia Pediatrica di Bonn (Germania) e di Potenza, inaugurava la Struttura Complessa di Cardiochirurgia di Salerno nel 1993. Nel corso degli anni l’attività cardiochirurgica ha raggiunto i 13.000 interventi, superando le 800 procedure all’anno ed ha raggiunto standard di qualità assistenziali competitivi e maturati attraverso il continuo aggiornamento professionale.









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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

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