La Corte di Giustizia Ue dichiara invalida la direttiva di Bruxelles che obbliga gli operatori a mantenere per due anni le tracce delle comunicazioni degli utenti

Domenico Iodice

Il Garante per la privacy: "Si riequilibrano i valori di sicurezza e privacy"


Bruxelles – La Corte di giustizia europea ha bocciato la direttiva dell'Unione europea che obbliga i fornitori di servizi a conservare alcuni dati sulle comunicazioni tra gli utenti. Un "no" deciso e motivato con la "grave ingerenza" nella vita privata. La direttiva di Bruxelles prevede che gli operatori di telefonia mobile debbano conservare alcuni dati degli utenti, tra cui l'orario di una telefonata o il numero chiamato. Va detto che questa norma, ampiamente applicata in Italia, ha rappresentato un utile strumento per le forze di sicurezza per identificare responsabili di reati. Tuttavia la Corte di Giustizia - si legge in una nota - ritiene che la direttiva, "imponendo la conservazione di tali dati e consentendovi l'accesso alle autorità nazionali competenti, ingerisca in modo particolarmente grave nei diritti fondamentali al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati di carattere personale".

La direttiva non permette invece l'accesso e la conservazione di dati relativi ai contenuti delle comunicazioni, cosa è consentita solo in caso di mandato specifico da parte delle autorità giudiziarie. I dati soggetti alla direttiva devono essere conservati per un periodo fino a 2 anni. Nonostante la distinzione tra dati personali e non, riconosciuta dalla direttiva, la Corte ritiene che le informazioni raccolte, se opportunamente incrociate, consentono facilmente l'identificazione degli utenti, in violazione delle regole europee sulla privacy dei cittadini. La Corte condanna l'intero impianto della direttiva sottolineando che non prevede differenziazioni o eccezioni nella raccolta dei dati consentiti, né pone limiti contro eventuali abusi dei dati stessi. E' condannato anche il fatto che i dati dei cittadini Ue possano finire in paesi terzi.

"La Corte di Giustizia ha conferma che la sicurezza non è un 'super-diritto' che prevale (sulla legislazione) della protezione dei dati", ha scritto su Twitter la vice del presidente della Commissione e responsabile europea per la Giustizia, Viviane Reding, congratulandosi per la sentenza della Corte di Giustizia che ha invalidato la direttiva sulla conservazione dei dati. 

"Questa sentenza - commenta il presidente dell'Autorità garante per la privacy, Antonello Soro - va nella direzione da noi sempre auspicata di una più marcata tutela dei diritti". "I dati di traffico non sono informazioni neutre - sottolinea Soro - ma rivelano molto di tutti noi, della nostra vita privata. Una indifferenziata conservazione di questi dati per periodi molto lunghi espone quindi a grandi rischi. Con la sua decisione la Corte sottolinea, inoltre, l'esigenza che i dati oggetto di conservazione per ragioni di giustizia restino nel territorio dell'Ue con evidente riferimento alle recenti vicende del Datagate". La sentenza "opera un riequilibrio tra due valori, sicurezza e privacy, che in questi anni si erano decisamente disallineati. Occorrerà - conclude il presidente dell'Autorità - una revisione dell'attuale sistema nel segno del principio di proporzionalità e delle garanzie per i cittadini". 

La direttiva, da quando è stata emanata, ha subito pesanti attacchi da gruppi per le libertà civili, per la protezione dei dati e anche dai gruppi telefonici che denunciavano costi troppo elevati per la conservazione dei dati. Nel 2011, l'attuale commissaria responsabile per gli affari interni, Cecilia Malmstroem, avviò una consultazione per la revisione della direttiva, che però è stata successivamente congelata







Share on Google Plus

Autore: Domenico Iodice

Giornalista

0 commenti:

Posta un commento