Marcello Dell’Utri passa dalla suite da dodicimila euro a notte dell'Hotel Phoenicia di Beirut, all'isolamento di una fredda camera di sicurezza

di Domenico Iodice

Con lui non c’era nessuno. Ai poliziotti ha detto solo: “Mi vesto”


BEIRUT – Il silenzio è un lusso. Reso ancora più prezioso dal mattone di banconote - 40 mila euro in tutto - appoggiato sulla scrivania, ma un lusso effimero. Non proferisce verbo l’ex senatore Marcello Dell’Utri, di fronte ai poliziotti libanesi che ieri mattina lo arrestano nella suite dello sfarzoso Hotel Phoenicia Intercontinental, cuore di Beirut. Ma presto dovrà dare molte spiegazioni.
Alla presenza di un funzionario della nostra Polizia di Stato, lo hanno arrestato mentre ancora si trovava a letto, da solo. «Abbiamo un mandato d’arresto per lei, deve seguirci» gli hanno spiegato dopo aver bussato alla sua porta alle 9,30. In risposta, un sopracciglio alzato e due sole parole: «Mi vesto».  
Poi, il silenzio ha inghiottito tutti i segreti di questo ultrasettantenne che per la legge è stato il mediatore tra la mafia e l’ex premier Silvio Berlusconi. Blazer blu, pantaloni grigi, Marcello Dell’Utri non ha rinunciato alla consueta eleganza e ha abbandonato la sua dimora dorata, dove si era rifugiato una settimana fa.  

Dire che il Phoenicia è tra i gli alberghi più lussuosi dell’intero Libano è riduttivo. Marmo di Carrara e lampadari di cristalli di Boemia, scale mobili e profumi di olio essenziali della spa, in un’atmosfera ovattata e scintillante, con uomini d’affari di mezzo mondo - dall’inglese sobrio con cravatta di Hermes all’arabo in sgargiante camicia rosa e un Rolex d’oro e brillanti che sembra pesare mezzo chilo - quest’angolo di paradiso per super ricchi è l’ultima cosa bella rimasta impressa negli occhi dell’ex re di Publitalia.  
A confronto, l’austero e grigio quartier generale della polizia di Beirut, dov’è rinchiuso, è una fortezza da brivido. L’accesso è impraticabile, a meno che non si venga autorizzati. Dell’Utri vi è entrato in silenzio, e in silenzio vi è rimasto per le ore successive, in isolamento, senza la possibilità di contatti con l’esterno. Certo che lo choc, dalla sua bellissima suite da oltre 200 metri quadri e 12 mila euro a notte, alla freddezza della camera di sicurezza della caserma della polizia centrale, dev’essere stato notevole. Un brutto colpo per chiunque, figurarsi per un uomo abituato ad essere circondato dalle cose belle. «Proprio perché ama la cultura, l’arte e la bellezza era andato a Parigi prima di recarsi a Beirut dove doveva consultare un cardiologo» ricorda il fratello gemello Alberto.  
Chissà se è vero. Un mese fa Dell’Utri è stato operato al cuore, un’angioplastica, all’ospedale San Raffaele di Milano. Due settimane fa un viaggio a Madrid per consultare un noto cardiologo, poi Parigi, «dove ha acquistato libri antichi di cui è collezionista», e il 3 aprile è arrivato a Beirut. 
Beirut, crocevia di oriente e occidente, un frullatore di cultura e di novità che guardano ancora al passato. Un mix di grattacieli e case ancora bombardate, segno delle vecchie ferite della guerra civile. Una città che lascia un segno dentro. 
A due passi dal lussuosissimo Phoenicia, ad esempio, ci sono due palazzi che portano ancora i segni della guerra. L’immagine si sarà fermata negli occhi dell’ex latitante Dell’Utri? Nell’albergo hanno poca voglia di parlare, «la privacy è uno dei tanti nostri preziosi optional», ma chi si concede racconta di «un signore distinto e generoso, lasciava laute mance e si rivolgeva a noi in francese».  
Non è dato sapere di più su appuntamenti o colazioni di lavoro: «Il business è uno degli ingredienti delle nostre tavole» racconta un cameriere che di Dell’Utri ricorda solo l’accurata scelta nella carta dei vini, «anche se poi in realtà beveva poco». 
Dall’esilio dorato alla fortezza della polizia è un bel salto nel buio, anche se tuttavia una somiglianza esiste: per entrare in hotel è necessario oltrepassare un varco monitorato come in aeroporto, con tanto di borsa sul nastro scorrevole per l’esame del suo contenuto. E prima ancora, arrivando in taxi, la vettura viene minuziosamente controllata con un radar. «Security» taglia corto il tassista per nulla infastidito. Contrasti tra buoni e cattivi. Contrasti tra verità e menzogne. In questa brutta storia della latitanza preventiva è tutto un rincorrersi di notizie e smentite. Si dice che il difensore dell’ex senatore, l’avvocato Giuseppe Di Peri, abbia scambiato qualche parola con il suo assistito. «Non è vero, avrei voluto, ma non sono riuscito a parlargli» dice Di Peri. Di sicuro ha parlato con la famiglia: «Sto bene», si è limitato a dire. 
Chissà se a Beirut arriveranno uno dei tre figli o la moglie di Dell’Utri, che si trovava a New York. «Io non posso venire - dice il gemello, Alberto Dell’Utri -, anche se non vedo l’ora di riabbracciarlo. L’ultima volta che ci siamo parlati, l’8 aprile, mi aveva chiamato per farmi gli auguri di buon onomastico. Creda a me, questa storia della mafia è una pura ingiustizia. Mio fratello non merita il carcere, men che meno in Libano». 










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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

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