Residui attivi e passivi dei Comuni italiani: nei bilanci circa 15,5 miliardi di denaro “fantasma”

di Domenico Iodice

I bilanci dei comuni italiani, ad una prima lettura, sembrano afflitti da crediti di fatto in gran parte inesigibili. Frutto di prassi contabili molto elastiche finalizzate ad alterare i rendiconti per consentire maggiori spese agli amministratori

E’ di questi giorni la pubblicazione all’albo pretorio di molti comuni italiani della determina riguardante la ricognizione prevista dall’attuale ordinamento dei residui attivi e passivi del bilancio degli enti locali.
Ma cosa sono i residui attivi e passivi?
In pratica, in maniera molto semplicistica, sono i crediti e i debiti che l’ente locale, nell’esercizio di competenza non è riuscito ancora a riscuotere o a pagare.
La ricognizione dei residui attivi è una operazione molto importante ai fini della preparazione del bilancio previsionale e per il consolidamento del bilancio consuntivo non solo perché costituisce la continuazione dell’attività gestionale del bilancio, in termini di competenza, riferita agli esercizi finanziari chiusi ma soprattutto perché partecipa al risultato di amministrazione nel sistema finanziario degli enti locali.
Il risultato di amministrazione è la somma algebrica del fondo di cassa(+), dei residui attivi (+) e dei residui passivi (-).
Il bilancio di previsione viene formato mettendo come prima posta il risultato di amministrazione precedente da qui l’importanza di un corretto accertamento delle voci che lo compongono anche in relazione al fatto che gli enti locali, come rileva la Corte dei Conti, molto spesso ricorrono al meccanismo dell’accertamento falsato di residui attivi per nascondere i propri deficit di bilancio.
Mantenere in bilancio residui troppo vetusti, addirittura inesistenti e che, quindi, non si tramuteranno mai in disponibilità finanziaria, comporta una dilatazione ingiustificata dell’avanzo di amministrazione che se da un lato consente nell’immediato il pareggio di bilancio e di disporre artificialmente di capacità di spesa, dall’altro comporterà inevitabilmente negli anni il dissesto finanziario.
Per fortuna, a partire dal 2013, con il decreto “Salva Italia” i bilanci finanziari annuale e pluriennale avranno carattere autorizzatorio e in base a questa nuova normativa le Regioni e gli altri enti non potranno più ricorrere al meccanismo dei residui anche per “nascondere” i deficit effettivi. Peraltro il Decreto attuativo prevede che, nel primo anno di sperimentazione, si procederà al riaccertamento dei residui attivi e passivi per eliminare quelli cui non corrispondono obbligazioni perfezionate e scadute alla data del 31 Dicembre del primo esercizio di sperimentazione.

I RESIDUI ATTIVI – Per residui attivi, nella contabilità pubblica, si intendono le entrate accertate e iscritte a bilancio, ma mai arrivate nelle casse dei comuni: tributi ed entrate extratributarie (tariffe) non riscossi. Rappresentano i crediti dell’ente verso soggetti terzi che, se non incassati nell’anno in cui sorgono, vengono riportati in bilancio tra gli attivi. La classificazione in base al criterio di esigibilità è sostanziale: i residui attivi si distinguono in residui dalla riscossione certa, residui per dilazione di pagamento concessa al debitore, residui incerti (giudizialmente controversi), residui di dubbia e/o difficile esigibilità, residui assolutamente inesigibili. Il tempo di permanenza in bilancio varia a seconda della natura: possono essere mantenuti come poste attive finchè non vengano riconosciuti di dubbia o difficile esazione o del tutto inesigibili.
Chi decide se un credito è esigibile o meno? Lo stesso ente creditore. Nel caso dei comuni questa discrezionalità ha portato al verificarsi di un fenomeno pericoloso: di fatto molti enti locali riportano nei bilanci crediti giudicati esigibili, anche se consapevoli che difficilmente verranno riscossi. Di fatto si comportano come se (già oggi) i soldi in cassa ci fossero, pur sapendo che non verranno incassati (mai): in questo modo per anni si sono fatti quadrare bilanci improbabili e i municipi hanno sostenuto spese che in una sana amministrazione della cosa pubblica non si sarebbero mai potuti permettere. Anche se non riscosse, queste entrate (fittizie) finanziano spese reali e creano deficit (reali) occulti: di fatto a debiti veri vengono contrapposti in bilancio crediti posticci. Peraltro questo sistema di poste contabili illusorie consente anche di far figurare sulla carta avanzi (utile) in realtà inesistenti (anzi sono perdite strutturali), contribuendo a creare l’illusione ai cittadini di essere governati da amministratori competenti. I residui attivi, pertanto, possono divenire un elemento di inattendibilità del bilancio, visto che rappresentano il modo più semplice per non affrontare i problemi di disavanzo strutturale fra entrate e uscite di un ente pubblico.

LA GESTIONE DEI RESIDUI ATTIVI DEI COMUNI – La gestione disinvolta dei residui attivi consente di occultare la realtà contabile di quegli enti che vivono al di sopra dei propri mezzi: i buchi in contabilità vengono riportati a nuovo ogni anno, cumulandosi, e spesso emergono quando è ormai è troppo tardi per essere rimediati con la gestione ordinaria.
I numeri parlano da soli. Secondo l’Aida P.A. (la banca dati dei bilanci della pubblica amministrazione) nei bilanci dei municipi italiani sono presenti 15,3 miliardi di tributi e tariffe iscritti nei conti ma mai riscossi: le cifre si riferiscono ai bilanci consuntivi dell'anno 2012 certificati (gli ultimi disponibili), escludendo dal conteggio i residui che hanno meno di un anno di anzianità. Il dato complessivo è dato per stabile anche per il 2013, forse con qualche segnale di peggioramento nella capacità di riscossione causa crisi economica. A tale cifra va abbinata l’analisi svolta nell’ultima relazione della Corte dei Conti sulla gestione finanziaria degli enti locali: il tasso di riscossione a due anni è al 48% per i tributi e sotto il 27% per le entrate extratributarie, con percentuali di incasso effettivo che vanno a declinare al progredire dell’anzianità del credito. Ipotizzando una (ottimistica) riscossione effettiva di un terzo del totale, il buco cumulato nelle casse comunali ammonterebbe a 10 miliardi di euro.
Un indicatore significativo per avere un riferimento comparativo della dimensione del fenomeno può essere il rapporto fra i residui relativi a tributi e tariffe e il totale delle entrate dell’ente locale.

I GRANDI COMUNI MENO VIRTUOSI – Napoli guida la classifica con un disavanzo (mostruoso) da 850 milioni di euro nel consuntivo dell'anno 2011, oltre due volte le entrate dichiarate annue (!); ma sono moltissime le realtà critiche che hanno chiaramente vissuto al di sopra delle loro possibilità per anni. Si noti la posizione di Roma, sesta in graduatoria; Alessandria, comune oggi ufficialmente in default, nell'anno 2010 aveva residui attivi pari al “solo” 54,6% del totale delle entrate. Il problema è principalmente localizzato al Sud, ma non solo: Torino è ventiseiesima nella classifica dei comuni con maggiori crediti iscritti in bilancio (in rapporto al totale delle entrate), e Vercelli al trentesimo. La Sicilia e la Calabria sono in condizioni disastrose.
La fotografia degli odierni capoluoghi di provincia indica che in ben 15 i residui superano le entrate (accertate) annue e in 20 rappresentano fra il 50% e il 99,5% del bilancio. In sostanza vi è il fortissimo sospetto che in oltre 30 capoluoghi i residui attivi siano stati utilizzati per nascondere probabili voragini nei bilanci (peraltro non quantificabili a priori). L’ampio ricorso alla pratica dei residui attivi implicitamente denuncia una debolezza strutturale dei municipi italiani: l’inettitudine a gestire in modo efficace gli incassi, abituati per decenni ad essere sovvenzionati dai trasferimenti centrali. Oggi, con il federalismo che pian piano avanza, i comuni avrebbero dovuto da tempo organizzarsi per incassare autonomamente parte delle risorse e per contrastare l’evasione: purtroppo, di fatto, molti enti continuano a spendere (di tagliare le spese non se ne parla), ma non hanno la capacità di occuparsi dell’effettività delle entrate.
La diffusione endemica della pratica dei bilanci apparentemente edulcorati desta da tempo molta preoccupazione a livello centrale, soprattutto per l’impossibilità di quantificare il reale debito pubblico accumulato dalle amministrazioni comunali. 







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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

1 commenti:

  1. Io non ne capisco di queste cose.Chi mi dice che le cose vanno come hai scritto tu??????Quando domandi una cosa sembra che tutti hanno paura di parlare.

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