Governo Matteo Renzi, riforme: sin ad oggi solo quella finta e per niente efficace che riguarda le Province. Il vero spreco sono le Regioni, ove molti si riempiono "la pancia" con il denaro dei poveri italiani

di Domenico Iodice

Quale ripresa economica? Meglio sapere la verità piuttosto che illuderci


Sarebbe molto più rassicurante per il cittadino poter avere di fronte un futuro normato dalle nuove proposte di legge che dettassero regole e adempimenti certi e che, per quanto contestabili, non mutassero aspetto ora dopo ora, mano a mano che ci si avvicina all’inevitabile voto di fiducia e al rischio di caduta del governo di Matteo Renzi.
Il Presidente del consiglio e del Partito Democratico oscilla come un pendolo tra una visione del Jobs Act non condivisa da buona parte del suo partito e varianti che non convincono una certa parte dell’ala più a sinistra del Partito Democratico e nemmeno gli alleati di questo governo “minestrone” che deve il suo restare in vita a patteggiamenti con gli alleati di governo e con l’opposizione berlusconiana.
Vita dura e incerta, ne prendiamo atto. Se a queste difficoltà sommiamo quelle che già si annunciano in relazione alla legge elettorale e le proteste sindacali di questo inverno, i prossimi mesi saranno molto duri per la compagine governativa. Ci sono poi, e nemmeno troppo velati, tentativi di ricompattazione di gruppi, gruppuscoli e partiti minori invitati a tornare a casa come successe al figliol prodigo e nuove nascite annunciate di movimenti che finiranno poi per essere aggregati con promesse più o meno attendibili ai partiti più consistenti.
Nulla di nuovo, purtroppo. Tutto continua nella più becera ripetizione di riti e giochetti visti e rivisti, spacciati come novità e reazione allo stato di fatto che , in realtà, viene riproposto all’infinito. E non c’è allarme che tenga sullo stato di salute dell’Italia. Tutti, con fare sollecito, suggeriscono medicine e ricette ma, se consideriamo lo stato dell’illustre infermo, ad oggi, nulla ha funzionato.
Le famiglie che devono il loro reddito principale al lavoro autonomo sono a rischio povertà: dice una ricerca che il 24,9 % di queste ultime ha vissuto con redditi inferiori a 9.450,00 euro. Tra quelle che hanno basato la loro vita su redditi da pensione, il 20,9% ha percepito redditi al di sotto della soglia di povertà. Alla luce di questi dati, risulta facile intendere che la crisi ha colpito prevalentemente le famiglie dei piccoli imprenditori, dei commercianti e dei soci delle cooperative.
Da sette anni la crisi sta mettendo in ginocchio il ceto medio produttivo confinandolo verso la povertà. Sono impressionanti i numeri dei piccoli imprenditori, artigiani, commercianti e partite IVA che hanno chiuso i battenti a partire dal lontano 2008, anno che ha segnato l’inizio di quella crisi di cui qualcuno, allora al governo, continuava a negare l’esistenza: sono ben 348.000.
E se qualcuno si illude che abbiamo toccato il fondo, si ravveda in tempo perché se entro l'anno 2018 il governo non taglierà 29 miliardi di euro alla spesa pubblica, ci vedremo sfilare di tasca altri soldi con l’aumento delle accise sui carburanti e il ritocco all’insù dell’IVA.
Questo è quanto si legge nelle clausole di salvaguardia che il nostro governo ha dovuto consegnare all’UE.
In Europa non si fasciano la testa per la deriva Italiana perché, nell’evenienza che la nazione non riesca a rientrare nei parametri decisi e accettati, l’onere di compensare lo squilibrio ricadrà di nuovo, come sempre, sui ceti deboli. Sarà la tasca dei meno abbienti a dover sopperire al mancato raggiungimento degli obiettivi, subendo aumenti dell’IVA che potrebbe raggiungere la soglia del 25,5% e a pagare più caro tutto ciò che è soggetto all’imposizione delle accise.
A questo punto viene spontanea una domanda: Presidente, come pensa che i consumi, motore della ripresa, possano aumentare se i prezzi, che fatalmente subiranno un incremento per via dell’IVA e delle accise, diminuiranno ulteriormente la capacità di acquisto dei cittadini…?
In poche parole, sembra che i programmi governativi, più che alla ripresa siano finalizzati al mantenimento della recessione.
Fa sorridere che solo ora, uno dei protagonisti nella costruzione dell’attuale situazione economica Italiana, criticando il Patto di Stabilità e di Crescita, dica che è “stupido poiché la ricerca a senso unico di un disavanzo inferiore al 3% del PIL potrebbe essere considerata inadeguata in un periodo di recessione”.
Ma vien da chiedersi ove fosse Romano Prodi, autore della critica, quando era al governo e quando, risultati alla mano, ha dimostrato di non aver proposto o adottato progetti legislativi lungimiranti e finalizzati alla diminuzione del debito pubblico e alla ripresa. In poche parole, tutti proclamano la necessità di rimettere un po’ di soldi in tasca ai cittadini. Ma se analizziamo con un minimo di realismo i provvedimenti/scommessa contenuti nel patto di stabilità e di crescita comprenderemo che il rischio di maggiori imposizioni fiscali compensative farà sì che ci mettano le mani in tasca per l’ennesima volta. Troveranno ancora qualche nichelino rimasto lì per poter campare un giorno in più e ce lo toglieranno, lasciandoci addirittura in mutande di tela e non di lana.
Bisogna che, in ogni caso, facciamo questo ultimo atto di fede nelle politiche renziane, anche perché non ce ne sono altre in alternativa. Se falliranno, il conto lo pagheremo ancora noi cittadini comuni. Ma la rabbia che ci prenderà nel vederci rapinare le ultime magre risorse, la dedicheremo a questi falsi profeti (a partire da quelli locali) ai quali non viene mai a mancare il pane e nemmeno un ricco companatico.









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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

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