Lite Sarri-Mancini al “San Paolo”: il Calcio è tutt'ora ancorato a vecchi pregiudizi

di Domenico Iodice

La lite Sarri-Mancini al “San Paolo” è lo specchio di uno Sport tutt’ora ancorato a vecchi pregiudizi


L'omosessualità in Italia è tutt’ora un tabù e puntare il dito contro una persona, offendendola con termini inerenti ad una presunta sfera sessuale è ancora una triste abitudine. Il calcio in fin dei conti fa parte della cultura nazionale e ne rappresenta, purtroppo, un aspetto conservatore ed ancorato a vecchi luoghi comuni e pregiudizi.
Calcio e “strafalcioni” in salsa omofoba vanno spesso a braccetto, tra protagonisti e non del mondo del pallone. E lo screzio tra il tecnico del Napoli Maurizio Sarri e il collega dell’Inter Roberto Mancini è solo l’ultimo esempio in cui l’omosessualità presunta (“finocchio” o “frocio” secondo l’accusa di Mancini) diventa un problema non solo di parole.
Non sono omofobo”, ribadisce ancora Sarri parlando di un’offesa da campo, senza alcun risvolto sessista. Ma è inevitabile che ripartano le accuse al calcio che non sa essere politicamente corretto con il tema più rovente del momento. Appena pochi mesi fa, era stato il caso riguardante l’ex presidente della Lega nazionale dilettanti, Felice Belloli, a far scatenare un vero e proprio terremoto mediatico. A catapultare l’occhio del ciclone Belloli era stata una frase sulle giocatrici del calcio femminile definite “quattro lesbiche”. Un’uscita costata poi la poltrona al numero uno della Lnd.
A scatenare un putiferio sul tema dell’omofobia nel corso degli Europei di calcio del 2012 fu, invece, lo scivolone di Antonio Cassano che a domanda precisa sulla possibile presenza di giocatori gay in Nazionale rispose: “Froci in azzurro? Spero di no, e comunque sono problemi loro”. Restando in azzurro, a parlare di omosessualità nella Nazionale italiana era stato anche il commissario tecnico campione del mondo Marcello Lippi, che all’epoca del suo secondo mandato disse di non averne mai incontrati in 40 anni di calcio e aggiunse che ove mai l’avesse fatto, il consiglio sarebbe stato di non dirlo. Sul tema parlò anche l’altro ex ct, Cesare Prandelli: “Coming out in Italia? Aspettiamo notizie – proferi' –. Però finora nessuno si è fatto avanti, almeno fintantoché ha giocato in serie A”.
Vampeta, ex Inter, non si è vergognato di parlare apertamente a favore dei diritti di gay e lesbiche; ma quando era tornato in Brasile. Andando più indietro nel tempo fece scalpore quanto detto dall’ex direttore generale della Juventus Luciano Moggi che dichiarò che non avrebbe mai acquistato per una sua squadra un giocatore omosessuale. “Nel calcio non ci sono gay – affermò Moggi – non so se i giocatori siano contrari ad averli in squadra, io sicuramente lo sono. Nelle società dove sono stato io non ne ho avuti mai. Non avrei mai voluto un giocatore omosessuale e anche oggi non lo prenderei”. Moggi aggiunse di essere “all’antica, ma conosco l’ambiente del calcio e al suo interno non può vivere uno che è gay. Un omosessuale non può fare il mestiere del calciatore. Il mondo del calcio non è fatto per loro, è un ambiente particolare, si sta nudi sotto la doccia”.
Se fossero parole del custode di uno stadio o di un raccattapalle ci si potrebbe semplicemente indignare. Purtroppo sono state pronunciate da un presidente federale. Abbiamo detto tutto.
Le parole di Maurizio Sarri riaprono una voragine.










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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

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