Acqua pubblica, Governo e Partito Democratico affossano il Referendum del 2011. Ignorato l'intento di 27 milioni di cittadini

di Domenico Iodice

Il Partito Democratico è uno dei partiti che appoggiarono il referendum sull’acqua bene comune, l’ultimo a raggiungere il quorum nell'anno 2011


Il 21 aprile scorso, però, proprio per iniziativa dei democratici, la gestione del servizio idrico ha fatto un altro passo verso la privatizzazione. La Camera dei deputati ha infatti licenziato la proposta di legge sulla tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque con 243 voti a favore, 129 contrari e 2 astenuti. Ora il testo passa al Senato, dove il governo dispone di una ampia maggioranza.
Dopo il voto è stata bagarre in aula, con le opposizioni che hanno messo in atto una protesta e dispiegato le bandiere con la scritta “2 Sì per l’acqua bene comune”. La seduta è stata sospesa dal presidente di turno, Roberto Giachetti.
Il conflitto tra maggioranza e opposizione, tra PD schierato per la privatizzazione – pur senza ammetterlo – e Movimento 5 Stelle sull’altro fronte, si combatte intorno all’articolo 6.
È questo il cuore del ddl di iniziativa popolare presentato ormai nel lontano anno 2007 con 400.000 firme: prescrive l’affidamento del servizio idrico solo a enti di diritto pubblico pienamente controllati dallo Stato, garantendo un anno agli enti per l’adeguamento. Ma prima in Commissione Ambiente, il 21 aprile scorso, il PD ha stravolto il senso del disegno di legge originario, aprendo al mercato la gestione dell’acqua pubblica.
Il provvedimento approvato alla Camera, infatti, non reca più la formula che garantiva l’affidamento "in via prioritaria" a società interamente pubbliche. Da un lato l’acqua resta un servizio pubblico locale di interesse economico generale, e viene garantito anche il diritto a un quantitativo minimo vitale di acqua pro capite (massimo 50 litri giornalieri, anche in caso di morosità). Dall’altro, per l’affidamento del servizio idrico integrato non è più prioritario rivolgersi a società pubbliche. Il che è una grossa apertura ai privati.
Del resto, questa modifica va di pari passo con il Testo Unico sui servizi pubblici locali, decreto attuativo della Legge Madia n. 124/2015. Qui si trova l’altra metà del disegno renziano: l’obbligo di gestione dei servizi pubblici locali attraverso società per azioni e il ripristino della “adeguatezza della remunerazione del capitale investito” nella composizione della tariffa. La stessa riga che 27 milioni di cittadini avevano abrogato nell'anno 2011.
Alla luce dei fatti, a noi pare che sia caduta anche l’ultima foglia di fico dietro la quale il PD aveva provato a nascondersi. Infatti, la Commissione Bilancio ha cancellato la via prioritaria assegnata all’affidamento diretto in favore di società interamente pubbliche. Un disconoscimento palese e spudorato che ha ribaltato il senso di quella legge sottoscritta da 400.000 cittadini e aggiornata alla luce dei risultati del referendum popolare dell'anno 2011. 








Share on Google Plus

Autore: Domenico Iodice

Giornalista

0 commenti:

Posta un commento