Popolo sovrano o popolo servo?


di Domenico Iodice

Governo: Giuseppe Conte rinuncia. Colle convoca Cottarelli. Luigi Di Maio chiede impeachment di Sergio Mattarella


A capo di questo articolo campeggia un titolo tragicomico, comico perché è ridicolo che in un paese come l’Italia dove il “popolo è sovrano”, tragico perché è tristemente vero. Ancora una volta gli italiani hanno nei fatti visto come il loro voto non conti nulla.

Non è sbagliato ciò che dice Luigi Di Maio quando, infervorato, sostiene che ormai è chiaro che votare non serve a nulla perché alla fine sono i poteri forti a decidere le sorti della nostra nazione. Tutto ciò è ormai un dato di fatto.

Il voto, la democrazia, i suoi sacri valori e i suoi riti pubblici sono diventati lo strumento delle élite finanziare e politiche europee: fintantoché gli esiti delle elezioni sono a loro vantaggio va tutto bene, quando invece il popolo, che dovrebbe essere sovrano, si esprime in maniera differente allora si farà di tutto per impedire la possibilità di un reale cambiamento. Cambiamento che doveva essere la parola d’ordine del nuovo governo che tutti aspettavamo con ansia dopo mesi di stallo e di nulla di fatto. 

Oggi è stato un giorno della verità. Oggi, forse ieri, probabilmente domani e chissà per quanto. Non si ferma proprio mai, Sergio Mattarella. Dopo almeno quattro fasi in cui il capo dello Stato ha palesato con ogni forza la sua ostilità ad alcune nomine dell’ex-nascente governo, adesso ha deciso di porre il veto definitivo alla sua formazione.

Oggi è il giorno della verità perché tutti, in un modo o nell’altro, dovremo far fronte ad un solo, inequivocabile dato di fatto:quello di essere schiavi.

Oggi è il giorno in cui coloro che sono educati dalla culla all’odio della parola “Patria” dovranno guardarsi allo specchio con vergogna. E non perché continuino a ritenerla ridicola o anacronistica, ma perché la storia gli ha appena dimostrato senza appello quanto il loro mondo, quello che hanno sempre difeso a spada tratta e continuano a difendere senza un minimo di ritegno, sia ciò che ha sempre voluto l’Italia un Paese ridotto in servitù.

Il voto, la democrazia, i suoi sacri valori e i suoi riti pubblici sono diventati lo strumento delle élite finanziare e politiche europee: fintantoché gli esiti delle elezioni sono a loro vantaggio va tutto bene, quando invece il popolo, che dovrebbe essere sovrano, si esprime in maniera differente allora si farà di tutto per impedire la possibilità di un reale cambiamento. Cambiamento che doveva essere la parola d’ordine del nuovo governo che tutti aspettavamo con ansia dopo mesi di stallo e di nulla di fatto. Sicuramente le cose non erano partite bene visto che la coalizione vincente, il Centrodestra a trazione Forza Italia e Lega, non poteva esprimere un proprio premier e una squadra di governo a causa di una legge elettorale fortemente proporzionale.

Nonostante ciò che alcune forze politiche, quale Movimento 5 Stelle e Lega, prima e seconda in termini di voti ricevuti dal popolo, hanno deciso di assumersi la responsabilità – tanto richiesta a gran voce da Sergio Mattarella e dagli altri esponenti politici – di dar vita ad una nuova esperienza di governo: incontratisi ad un tavolo hanno lavorato per la soluzione della crisi e infine sono giunti ad un “Contratto di Governo” composto da 30 punti e 57 pagine. 

Il nome di Savona come ministro dell’economia non piaceva ai mercati, così recita il rosario del presidente della Repubblica, che sostiene anzi di aver salvato il futuro dell’Italia. Peccato che al futuro dei giovani italiani ci pensano gli stessi grazie alla possibilità di esprimere la propria volontà tramite il voto alle elezioni. Ma questo poco importa.

Siamo insomma alle solite: a scegliere il nostro destino sono altri, l’Unione europea, i mercati, la finanza, le élites bancarie intercontinentali che preferiscono un’italietta ad una Italia forte.

Sergio Mattarella non ha scuse, non può averne. 

Ancora una volta l’economia del libero mercato e della globalizzazione sovrasta imperiosa sulla politica, decidendo cosa sia il meglio per noi. Scriveva Lenin nel 1919: “La potenza del capitale è tutto, la Borsa è tutto, mentre il parlamento, le elezioni, sono un gioco da marionette, di pupazzi“. Oggi siamo arrivati ad un punto di rottura tanto grave che non si potrà più tornare indietro.















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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

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