Tratta ferroviaria Piedimonte Matese - Napoli: una via ferrata sgarrupata dalle grandi potenzialità


di Domenico Iodice

Quelle del Piedimonte Matese - Napoli sembrano le stazioni della Passione di nostro Signore


Della costruzione di una ferrovia che unisse l'area ai piedi del Matese con Napoli se ne parla fin dalla metà dell'Ottocento, ma senza che alcun progetto concreto venisse presentato. Nel 1888 fu il Comune di Caiazzo a farsi portavoce della necessità di costruzione della ferrovia e tale richiesta venne appoggiata da diversi comuni tra i quali Marano di Napoli. Nel 1898 venne presentato un progetto per prolungare la tranvia Napoli - Aversa fino a Piedimonte Matese, allora denominata Piedimonte d'Alife, ma anche questa proposta non ebbe seguito.

Fu solo col Regio Decreto 1 aprile 1900 n. 197 che fu concessa alla "Societé Anonyme des Tramway et des Chemins de Fer du Centre" di Lione la costruzione e la gestione della ferrovia Napoli-Piedimonte d'Alife. Tale concessione passò poi nel 1905 alla "Compagnie des Chemins de Fer du Midi de l’Italie" (CFMI) con sede a Parigi.

I lavori iniziarono pochi anni dopo utilizzando uno scartamento ridotto per l'intero percorso. L'inaugurazione avvenne il 30 marzo 1913 sulla tratta Napoli Piazza Carlo III - Santa Maria Capua Vetere - Capua.

Non è in discussione il valore storico e culturale di una tratta nata oltre cento anni fa per merito della visione e della lungimiranza di grandi uomini che costruirono le condizioni affinché si realizzasse questa infrastruttura ai tempi sì strategica per collegare le terre alte della nostra provincia al resto del mondo. Oggi è un patrimonio di tutti che va difeso. Ma l'alta Terra di Lavoro non era e non è un punto di riferimento. Era marginalizzata e lo resterà. Allo stesso modo anche lo scalo ferroviario di Pontelatone, che raccoglie utenza da altri Comuni vicini. Questo fuori dalla retorica.

Ma la responsabilità non è della locomotiva diesel, il treno è solo un mezzo che attraversa incredibili ponti e gallerie, valli e montagne, toccando Caserta e terminando la sua corsa a Napoli. Qui non è in discussione il valore paesaggistico dell'alta Terra di Lavoro, ma gli sforzi politici, strategici e le risorse impiegate. E allora si scende dal treno della memoria, dei ricordi e dei desideri e si sale su un’altra vettura, quella del territorio, notoriamente da guardare e comprendere fuori dalla nostalgia, ma anche oltre i grandi eventi. Allora le facce di chi dichiara oggi la centralità delle aree interne per il Governo regionale (e versa lacrime ricordando ogni volta chi emigrava su quel treno) diventano sempre più nitide, via via più vicine come uno zoom che riporta bruscamente alla realtà, fino al dettaglio di quello che siamo e si sfocano al pensiero che questo territorio è vero e contemporaneo. Costantemente minacciato dall’attualità.

E l’attualità è fatta di disoccupazione e spopolamento, di quella politica che ha messo il territorio in ginocchio, di inquinamento, di cartelli stradali cancellati, strade senza illuminazione simili a mulattiere per automezzi, buio e dispersione, stazioni e paesi fantasma, quasi nessun trasporto pubblico. Ma è fatta anche – e per fortuna – di chi qui esercita in maniera ostinata la restanza, di chi vive e suda in questa bella terra ogni giorno, di eccellenze che a fatica riescono a farsi conoscere e di persone che vorrebbero almeno la possibilità di esercitare la scelta sul proprio futuro.

Per questo non può valere il treno storico come compensazione dello scempio perpetrato fin qui. Non basta farlo arrivare nelle stazioni piene piene di turisti curiosi a scendere e vuoto degli stessi a salire. La Regione deve mettere in campo una programmazione di sviluppo turistico. Fino ad ora Palazzo Santa Lucia ha preferito curare i sani e respingere i malati, ma il treno del paesaggio inchioda tutti alle proprie responsabilità: la provincia di Caserta non può continuare a sopravvivere nell’invisibilità nonostante la rappresentanza politica espressa in Regione.

Non dovrebbe rientrare tra i compiti, quello di farsi carico delle esigenze del territorio? Non bisognerebbe essere portavoce delle istanze locali? E’ troppo difficile guardarsi intorno e pensare che oltre al treno deve esserci qualcosa in più? Non si potrebbe aprire un confronto con i Sindaci creando un circuito di strutture e servizi magari con un tema, dal vino alla gastronomia, passando per i percorsi naturalistici?

Questo treno non è la soluzione, è uno strumento compatibile con la vocazione dei luoghi che attraversa, che genera i suoi flussi, ma per raccontare davvero un futuro questa possibilità va riflettuta. 













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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

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