Russia, la democrazia autoritaria di Vladimir Putin non si tocca


di Domenico Iodice

Putin rende omaggio ad una “società libera” ma più che progressi democratici sembra in atto e in programma una crescente chiusura a temute influenze esterne

Confermato alla guida suprema della Federazione russa per altri sei anni, Vladimir Putin ha annunciato un cambiamento di indirizzo tutto da verificare alla prova dei fatti. Come avviene del resto (lo sappiamo bene per primi noi italiani) per qualsiasi proposito anche più solenne di qualsiasi governante, nuovo o già collaudato. Con la sola differenza che gli annunci provenienti dal Cremlino chiamano in causa gli indirizzi e i comportamenti di una potenza mondiale tra le maggiori, destinati a ripercuotersi in qualche misura, direttamente o indirettamente, sulla situazione e sui rapporti internazionali nel loro complesso.

Il cambiamento in questione consiste nella dichiarata intenzione del “nuovo zar” di conferire la priorità, nel suo quarto mandato presidenziale, all’irrobustimento economico del Paese, al suo ammodernamento e all’elevazione del tenore di vita della sua popolazione piuttosto che agli impegni in politica estera. Il tutto nel presupposto, altrettanto dichiarato anche al massimo livello, che il suo rafforzamento militare gli garantisca ormai un grado di sicurezza esterna più che sufficiente, consentendo il taglio già operante delle spese per armamenti.

In altri termini, la Russia non solo ufficiale si considera in grado di respingere oltre che scoraggiare in partenza qualsiasi aggressione straniera e in generale attacchi di qualsiasi tipo. E ciò nell’altro presupposto, implicito, che propri ricorsi alle armi siano concepibili solo a fini puramente difensivi. Qui però sorge un primo dubbio sulla reale consistenza dei propositi. Mosca si è già dimostrata tutt’altro che aliena dall’assumere iniziative belliche più o meno appariscenti accampando ragioni difensive valide, come tali, solo in senso politico.

Lo ha fatto in Crimea e nell’Est ucraino, pur negando l’evidenza. Ma anche in Siria, dove ha emulato gli Stati Uniti intervenendo in veste di “gendarme” a tutela di interessi dell’intera comunità internazionale e tuttavia colpendo spesso indistintamente nemici del regime di Bashar Assad, suo alleato e protetto, spacciando tutti per “terroristi”. Si avrà modo di vedere, adesso, se in omaggio a mutate priorità il Cremlino mostrerà un maggiore impegno e minore intransigenza in sede diplomatica per risolvere pacificamente la questione ucraina (sempre che, naturalmente, venga contraccambiato dalle controparti), soprattutto, approfittando eventualmente di contestuali mutamenti favorevoli in corso sulla scena internazionale.

Un secondo dubbio, connesso al primo, sorge nel frattempo riguardo alla validità dei test cui Mosca automaticamente si sottopone. Oggi il rischio di conflitti termonucleari si deve ragionevolmente escludere, salvo esplosioni di follia umana purtroppo sempre possibili così come fatali incidenti o malintesi. Non solo le guerre “convenzionali” sono tuttavia più costose di essi, ma anche e ancor più e sotto vari aspetti quelle “ibride” o “a bassa intensità”, come quella in Ucraina, specie se protratte nel tempo. Per non parlare, ovviamente, delle guerre economiche, una delle quali, ad esempio, provocò l’intervento del Giappone nel secondo conflitto mondiale, aggressivo a tutto campo per eccellenza.

Tanto più, dunque, una politica estera russa meno militante potrebbe probabilmente dispiegarsi nei prossimi anni.  Potrebbe però assumere anche una piega di segno opposto, col trascorrere del tempo, per effetto del programmato rafforzamento economico del Paese, comunque indispensabile a tutti gli effetti, e magari in conseguenza di comportamenti altrui di segno ostile o in combinazione con essi. E col favore, ad esempio, di ancora embrionali guerre cibernetiche che suscitano crescenti preoccupazioni tra i possibili contendenti ma già conferiscono il principale contributo, sembrerebbe, alla più recente recrudescenza della tensione tra Russia e Occidente.

Ci si domanda giustamente, adesso, se l’ambizioso programma economico di Putin potrà realizzarsi anche solo in parte senza che, almeno nella fase iniziale, il risollevamento delle quotazioni del petrolio continui e possibilmente si acceleri o quanto meno si stabilizzi. E ci si domanda altresì se gli obiettivi prescritti si potranno raggiungere senza adeguate riforme interne che si estendano anche sul versante politico, come reclamano gli economisti russi più liberali pur fedeli, oggi come oggi, a Putin. Non solo più libertà economica, cioè, ma anche più Stato di diritto e, appunto, una democrazia meno “illiberale” di quella che alla maggioranza dei russi sembra invece gradita e piace altresì a non pochi al di qua della vecchia “cortina di ferro”. Partiti populisti compresi, che in Russia potrebbero solo sognare (magari questo), in segreto, di andare al potere .















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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

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