Pontelatone, la vite Casavecchia sbarca in Argentina


di Domenico Iodice

Il vitigno autoctono Casavecchia è un "monumento" che racconta la terra di Pontelatone nel mondo


Passato il tempo in cui erano liquidati come figli di un Dio minore, vivono una rinascita che li ha trasformati in risorsa turistica ed economica.
Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, allora i vitigni autoctoni riflettono l’identità di un territorio e le sue peculiarità, difetti inclusi. E sono proprio questi difetti che, nel tempo, hanno spinto molte aziende ad abbandonare l’idea di una produzione romantica ma poco fruttifera, in tutti i casi complicata. I vitigni internazionali, perfettamente conosciuti e codificati nelle caratteristiche organolettiche e produttive, hanno spesso catturato l’attenzione di produttori e consumatori, a scapito di quelli che fino a qualche tempo fa erano liquidati come figli di un Dio minore. Ma il fascino sopito di quelle uve sta ora vivendo un risveglio tanto potente da propagare l’eco anche oltre confine italiano.


Questo eccellente vitigno ha rischiato di non arrivare fino ai nostri giorni; se oggi tutti ne possono apprezzare il sapore eccelso lo si deve, secondo quanto riporta la tradizione locale, all’intuizione di un certo Prisco Scirocco, nato a Pontelatone nel 1875 ed ivi morto nel 1962. L’uomo trovò quando aveva un’età di 30-35 anni, all’interno di un rudere di sua proprietà, oggi ancora esistente nei pressi della vecchia masseria denominata “Ciesi” nel  territorio del comune di Pontelatone, una vite che aveva almeno cento anni, che dava un’uva ottima per la produzione di vino rosso. L’uomo iniziò a prelevare da quella vite secolare delle talee con le quali impiantò un primo filare di viti,  la gente di Pontelatone e del vicino comune di Castel Di Sasso, apprezzando il prodotto, iniziò ad andare da lui  per ottenere delle talee allo scopo di piantarle nei loro vigneti, quella gente secondo i racconti dei locali iniziò a dire: “jamme a piglià l’uva e chella casa vecchia”; che in gergo dialettale locale significa “andiamo a prendere le talee dell’uva nata in quella casa vecchia”, da qui la spiegazione del nome  Casavecchia.

Il vino Casavecchia è un prodotto Doc che nel corso degli anni trova sempre più consensi da parte dei consumatori e soprattutto di una clientela esigente, si tratta di un vitigno autoctono che dal Novembre 2011 si fregia della Denominazione di Origine Controllata come “Casavecchia Doc di Pontelatone”.

Il disciplinare prevede che la zona di produzione comprenda otto comuni del Medio Volturno in provincia di Caserta: Pontelatone, Castel di Sasso, Formicola, Liberi, Caiazzo, Castel Campagnano, Piana di Monte Verna e Ruviano. La zona del Medio Volturno si trova nella parte iniziale del territorio conosciuto come “l’ Alto Casertano”, un contenitore forte di un  patrimonio di  biodiversità ed eccellenze enogastronomiche che si tramandano da tempo immemore di generazione in generazione, conoscenze preziose che le istituzioni locali hanno deciso di preservare nel solco di  un progetto teso a favorire una sinergia finalizzata alla tutela del paesaggio, del patrimonio artistico e paesaggistico locale per un fattivo sviluppo sostenibile dal punto di vista turistico.

l brutto anatroccolo è diventato cigno, ciò che prima era considerato un prodotto difficile da vendere, oggi è diventato una risorsa sia turistica, perché il visitatore che arriva in una cantina trova qualcosa di straordinario e di diverso, sia commerciale, perché la coltivazione degli autoctoni seppure complicata, consente ora di applicare prezzi più elevati.

Fino qualche anno fa c’era una corsa alla standardizzazione del gusto, con un ampio ricorso ai vitigni internazionali come Chardonnay, Merlot e Cabernet. In seguito questo fenomeno ha subito una inversione di tendenza, e oggi le nuove generazioni – i cosiddetti millennials – cercano qualcosa di più autentico e raro. Ciò da un lato ha permesso di riscoprire le varietà minori, ma dall’altro ha prodotto una distorsione. Da domani infatti troviamo la vite Casavecchia allevata in Argentina. Per questo noi italiani, che siamo i detentori del maggior numero di vitigni autoctoni al mondo, dovremmo tutelare maggiormente i vitigni autoctoni rari, coltivati in superfici molto piccole, abbandonati perché sconosciuti, difficili da coltivare, e con caratteristiche organolettiche molto specifiche.

Gli autoctoni perché parlano dell’Italia al mondo, un’Italia che non è fatta solo di monumenti e buona cucina, ma anche di uve che non esistono in nessun’altra parte del globo, considerando che abbiamo più vitigni da vino di Francia, Spagna e Grecia messe insieme. Quelli certificati sono poco meno di 600, e sono in continuo aumento, ne esistono infatti circa 500 che devono essere ancora codificati, perché spesso vengono confusi con altri vitigni.

Un patrimonio immenso, dunque.

L’Italia deve smettere di essere il paese dei Guelfi e dei Ghibellini: si deve fare fronte comune per tutelare il nostro patrimonio enogastronomico.

Ad oggi alcuni autoctoni hanno avuto grande fortuna all'estero, come la Barbera, il Sangiovese, il Nebbiolo, il Montepulciano, anche il Fiano. Da domani anche il Casavecchia, in Argentina, sembrerebbe.

Il problema è che un vitigno autoctono come il Casavecchia, è tale perché vive nel territorio latonese da tanti anni, quindi è sottinteso che si è adattato alla nostra terra nel corso delle stagioni anche grazie a modifiche genetiche. E' quindi un vitigno che se viene spostato, inevitabilmente da luogo a risultati molto dissimili. Probabilmente non pessimi, ma comunque assai diversi. 
Concludendo: il vero Casavecchia sarà sempre quello prodotto dalle nostre parti.














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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

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