Il dramma dei tanti enti pubblici mangiasoldi gestiti dalla vecchia politica


di Domenico Iodice

Enti pubblici spreconi e pieni di consulenti esterni. Tanto paga Pantalone

Ci provano da oltre cinquant’anni ma dopo innumerevoli dossier, gruppi di studio, annunci e impegni solenni, la giungla degli enti inutili non solo resiste a qualsiasi tentativo di disboscamento ma è più vitale che mai. Come una pianta infestante ha radici profonde e resistenti ramificate in tutti i settori della pubblica amministrazione. La distribuzione di questi enti è così polverizzata che per farne un censimento i vari governi hanno dovuto mobilitare fior di tecnici. Eppure nonostante il lavoro capillare, ogni commissione d’indagine sul tema finisce per scovare altri istituti sfuggiti ai setacci precedenti. Il governo di Mario Monti ne aveva individuati 500 per un costo annuo di circa 10 miliardi.

Ma anche il Prof. dovette arrendersi. Risultato: nonostante le varie spending review, dal 2008 ad oggi ne sono stati soppressi solo una cinquantina.
Eppure la prima legge per eliminarli risale al lontano 1956. Allora ne censirono più di 600. Il primo a essere cancellato fu il consorzio provinciale tra macellai per le carni di Napoli. Ci si è accorti subito che eliminarli definitivamente è impresa titanica. 

Eliminare queste voragini di risorse pubbliche è più facile a dirsi che a farsi. Le resistenze sono così forti, gli interessi in gioco così ramificati, i beneficiari così protetti che spesso si è verificato il caso di istituti prima aboliti e poi recuperati.

I meccanismi per mettere al sicuro questi organismi spreconi sono ben collaudati. Appena scatta l’operazione dei tagli ecco che subentrano altre opzioni, dalla riorganizzazione all’accorpamento o al cambio del nome. E se il legislatore insiste, allora non resta che far ricorso al Tar o al Consiglio di Stato. Se per un caso fortunato vengono superati i veti politici, l’operazione non è meno facile. Bisogna nominare il liquidatore, censire il patrimonio, gestire crediti e debiti, risolvere i contenziosi. Insomma una procedura lunghissima.

I più duri a resistere sono gli interessi campanilistici. Che dire dei numerosi consorzi di bonifica che risalgono nientemeno che al 1933, istituiti da un Regio decreto, e che continuano a sopravvivere lungo tutta la penisola come se l’Italia oggi fosse un paese tropicale con paludi malsane.
















Share on Google Plus

Autore: Domenico Iodice

Giornalista

1 commenti:

  1. Caro Direttore, sento il doveroso piacere di complimentarmi con Te, per il Tuo giornale, per la consueta tendenza di Pontelatone 24h alla ricerca non facile della oggettività dei fatti come premessa alle opinioni, per le cose che scrivi in punto di verità.

    RispondiElimina