L'Italia che crolla e uccide


di Domenico Iodice

Tornano le piogge, il vento, e vengono giù mattoni, alberi, cemento. In un Paese in cui non esiste la cultura della cura del territorio. Che sarebbe anche un business redditizio


Giuseppe Ungaretti: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Tra un po' non ci saranno più nemmeno quelli, una strage di giganti d’alto fusto per incuria e per trascuratezza. Certo la natura è forte ed è violenta e quando si scatena sono guai, ma ad aiutarla nel male, come noi, è un atto demenziale e basta.

L'Italia che uccide dodici persone in poche ore sotto gli alberi crollati, i pezzi di tegola volati fino alle teste, tra il vento e la pioggia, è quella che si è dimenticata cosa sta scritto da decenni sui libri di scuola. Alzi la mano chi aprendo quello di geografia non ha mai letto la frase: L'Italia ha un territorio a forte rischio idrogeologico. Lo sappiamo. Da decenni. Lo sanno gli esperti, i politici, lo sa chi costruisce case fra abusi e concessioni date con allegra leggerezza. Chi cambia colore politico dell'esecutivo di governo ma non la propensione a distribuire condoni di ogni tipo. Cemento, scavi, fondamenta e perfino alberi piantati in luoghi ad altissimo rischio. Non è catastrofismo. Ci sono i dati dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) a confermare che due frane su tre dell'intero territorio dei Paesi inclusi nell'Unione europea avvengono in Italia. Territorio violato e dimenticato. Per la precisione: 620.796 frane su un totale di 900.000.

Ma in Italia purtroppo viene giù tutto, ponti, viadotti, strade, scale mobili, pezzi di Pompei, argini e costoni di colline intere, un disastro dovuto specialmente all’assenza di manutenzione, prevenzione e investimenti per la sicurezza. Sia chiaro, la colpa è di tutti, ma proprio di tutti i Governi che da decenni hanno fatto solo chiacchiere, promesse e impegni solenni, peraltro evaporati dopo qualche giorno. Dal Nord al Sud manca la conservazione, la prevenzione, manca un piano d’ammodernamento e messa in sicurezza, mancano i controlli e le ristrutturazioni, ecco perché viene giù tutto, e basta un temporale forte per scatenare una tragedia.

Se negli ultimi vent’anni avessimo speso solo il venti per cento di ogni finanziaria in investimenti per le infrastrutture da fare e conservare, per la tutela dell’ambiente e degli assetti idrogeologici, per il consolidamento delle strutture a rischio, avremmo fatto bingo. Del resto basta fare il conto, una moltiplicazione, parliamo di circa 100 miliardi di lavori, un piano enorme di crescita del PIL, dell’occupazione, della leva economica. Della sicurezza dei cittadini e del Paese.

Eppure la politica è stata solo capace di berciare sul come e quando, di spiacersi dei disastri, di promettere soluzioni e poi di fare poco o niente, e spesso di farlo male e in maniera opaca. Basterebbe pensare a Genova, passati due mesi e mezzo siamo ancora fermi al giorno dopo il crollo, un dramma nel dramma insomma.

Lavori pubblici? Certo Danilo Toninelli, lo diciamo con garbo e con rispetto, non è la soluzione, anzi è la testimonianza dell’assenza d’esperienza e previsione; insomma, non va bene e si vede.

Ecco perché insistiamo sulla manovra, bruciare 15 miliardi per assistenza improduttiva, trascurando infrastrutture e manutenzioni straordinarie, è una diseconomia in termini, è una sciocchezza sesquipedale. Ci resta solo il grido di vergogna per anni di promesse disattese dalla politica di ogni colore, vergogna per gli sprechi di miliardi in bonus e mancette, per gli sperperi clientelari, per gli affari opachi delle banche, vergogna per tanto altro, vergogna a nome del Paese.

















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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

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