Movimento 5 Stelle: dalle stelle alle stalle

di Domenico Iodice

Troppe differenze con la Lega che ha fagocitato il consenso puntando alle reali istanze del Paese. Il reddito di cittadinanza, il caso Diciotti, la piattaforma Rousseau, il Tav, la Tap, i no vax e un Grillo sempre più lontano, decretano il declino di un movimento troppo “popolare”


C’era una volta il populismo, la favola di un movimento popolare, di un partito “non-partito” che non avrebbe ceduto di un millimetro, che avrebbe aperto il parlamento come una scatola di tonno. Un movimento che è cresciuto troppo in fretta, senza il tempo di costituire una solida base di politici capaci e preparati da proporre al governo del Paese contando sul largo consenso popolare ottenuto. Un movimento di “puri” partito da una società con fini di lucro. Una serie di regole morali ed economiche che, via via, hanno perso peso e rigidità, adattandosi all’opportunismo dilagante nel Paese. Un trionfo popolare che la legge elettorale ha dimezzato, strozzando in gola l’urlo di vittoria, non consentendo ai pentastellati di governare senza scendere a compromessi. E qui, quando si è cercato l’accordo con l'odiato PD, è arrivato il primo scossone dalla base popolare che non ha apprezzato il desiderio di governare ad ogni costo, alleandosi con la Lega su un programma barcollante su diversi punti, quelli meno condivisi, quelli che ora rischiano di far cadere quel governo in cui le figure proposte da Di Maio non brillano certo per capacità e competenza. Capitolo a parte merita la figura defilata di un Di Battista che, furbescamente, è rimasto fermo un giro, mandando al massacro Di Maio in un’impresa persa, sperando che la regola dei due mandati lo proiettasse al vertice del nuovo governo che immaginava tutto a Cinque Stelle, dopo la crisi di questo con la Lega. Tornato dal suo infinito viaggio in Sud America, forse ora si rende conto del crollo del consenso, specialmente presso la base più intransigente, quella che ha votato no (cioè sì) sul caso Salvini/Diciotti. E dietro le quinte, dietro un Beppe Grillo sempre meno presente, si staglia la figura di Casaleggio, nemmeno troppo occulto burattinaio del Movimento, figlio ed erede del fondatore, che raccoglie i vantaggi economici di questo progetto che ha portato nella pubblica amministrazioni troppi carneadi incapaci di gestire non già la cosa pubblica, ma neanche l’amministrazione del proprio condominio.

Lo stesso fondatore del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, è intervenuto sulle elezioni regionali in Sardegna dopo il tonfo 
In Sardegna prima si pensa alla pecora e poi ai pastori. La democrazia e la politica si stanno decentrando, ma non sanno cosa succede nella periferia. Forse non siamo all'altezza, forse siamo principianti come dicono. Il Movimento è nato per dare uno strumento ai cittadini anche con Rousseau

Molti parlamentari pentastellati sono il vertice di un problema che colpisce le due Camere, con elementi presi dal popolo e dalla strada, non preparati ad assumersi qualsiasi responsabilità per manifesta incapacità e inadeguatezza. Le continue gaffes dei pentastellati, che palesano un livello culturale bassissimo ed inadeguato al governo del Paese, fanno ogni giorno il giro del web, foraggiando la satira di quel che resta della sinistra, tornata ad affilare le unghie dopo anni di remissivo lavoro al servizio del governo.

Il Movimento 5 Stelle ha già fallito. Ha deluso le aspettative che aveva acceso con tanto ardore nei cuori del popolo. Ha palesato gravissime carenze culturali ed una incompetenza strutturale inconciliabili con il governo del Paese. Il crollo è evidente nelle regionali recenti. Abruzzo e Sardegna stanno decretando, nei numeri, il progressivo allontanamento della base dai vertici, accolti all’inizio con troppa benevolenza e giudicati adesso per le loro reali in-capacità. E il segno più chiaro sta nella volontà di non mollare le poltrone da parte di Di Maio & Co., nella consapevolezza che, qualora cadesse questo governo, non vi sarebbero più altre possibilità per tornare a percorrere, stupiti ed emozionati, i dorati corridoi dei palazzi del governo, proiettati al comando del Paese dopo anonime esperienze e percorsi professionali inesistenti.

La favola è finita. Ma scordiamoci la coerenza promessa. Questi signori difficilmente lasceranno gli scranni del potere, sull’altare del quale sacrificheranno giuramenti, promesse e, sopratutto, quei principi che ne avevano mosso i passi verso la candidatura politica, svegliando dal torpore il popolo che oggi, deluso, li abbandona.

La favola degli impreparati, improvvisati, incapaci ed inadeguati al governo del Paese, è finita.















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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

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