Alzheimer, le famiglie in Italia sono lasciate sole

di Mimmo Iodice

Le demenze sono in crescita e il peso dei malati rischia di non trovare sostegno nelle strutture sanitarie pubbliche


Se un problema non fa “rumore”, non significa che non esista. Basti pensare alle centinaia di famiglie che vivono a casa con una persona affetta da demenza. O colpita da malattie neurogeriatriche come l’Alzheimer.

È difficile accettare che la propria moglie o la propria madre non sia più la stessa: disturbi comportamentali, perdita di coscienza di sé, un peregrinare su e giù senza meta, il misurarsi di gesti all’apparenza poco comprensibili, l’alterazione del ritmo sonno-veglia. Un mondo di comportamenti e una quotidianità che le famiglie si trovano a vivere in solitudine. E' duro per i famigliari, che spesso si prendono cura dei propri cari con scarse risorse e quasi zero aiuti da parte delle strutture pubbliche sanitarie.

L’Alzheimer è una partita che non può essere lasciata all’estemporaneità. Speriamo che nel giro di qualche anno si arrivi ad una soluzione farmacologica.

I genitori sono persone speciali e speciale è la relazione con loro. Ci sono sempre stati, sono le prime persone, il primo affetto, che abbiamo mai incontrato. È, quella con loro, la nostra più antica relazione.

Anche se rientra nel normale ordine delle cose che un genitore muoia prima di noi, quando li perdiamo da adulti – che sia all’improvviso o dopo una lunga malattia – rimaniamo spesso sorpresi dallo spessore del nostro turbamento, dal senso di sradicamento e sospensione, dalla profondità e complessità delle emozioni che ci attraversano davanti a questa perdita. Alcune delle reazioni possono addirittura sorprendere o spaventare. Si provano, oltre allo shock, al dolore, ad un senso di intorpidimento, anche rabbia e sensi di colpa. I sentimenti che si vivono sono molteplici e spesso contraddittori e si manifestano quando meno ce lo aspettiamo, creando confusione e stress. Queste reazioni, queste emozioni finiscono spesso per rimanere seppellite sotto il peso degli impegni e delle attività che un adulto deve affrontare, sotto la routine della vita di tutti i giorni mentre sarebbe invece opportuno dare loro spazio ed espressione.

Per ognuno di noi la morte della madre, del padre, è una perdita significativa e crea una serie di cambiamenti sia in noi in quanto individui, sia nell’assetto complessivo della famiglia e del rapporto tra le generazioni.

Con la morte dei genitori perdiamo parte della nostra storia, parte di noi stessi e delle nostre radici: perdiamo, spesso, un confidente, un amico, un consigliere, un legame affettivo imprescindibile, al di là delle difficoltà che ci possono essere state. È dunque facile – dopo la morte di un genitore – sentirsi “persi”: all’improvviso, ci si può sentire come un bambino abbandonato, anche se siamo invece degli adulti, spesso con un lavoro, una propria famiglia e una vita propria.

La morte di un genitore sollecita la riflessione sulla propria mortalità e ce la fa apparire più prossima di quanto non la percepissimo prima. Cambia, con la morte dei genitori, il rapporto tra le generazioni: all’improvviso ci troviamo in prima linea, non più schermati da chi ci ha preceduto. Se prima eravamo e ci potevamo ancora sentire “il figlio”, “la figlia” di qualcuno, con la loro morte diventiamo noi la generazione più anziana e questo può essere, da una parte uno shock, dall’altra la motivazione ad un allargamento di prospettiva.















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Autore: Domenico Iodice

Giornalista

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